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giovedì 15 ottobre 2026

Il Monumento di Gallicano compie 100 anni: un secolo di storia e ricordi

15 ottobre 1926 – 15 ottobre 2026. Esattamente cento anni fa veniva inaugurato il Monumento ai Caduti di Gallicano, uno dei luoghi più conosciuti e simbolici del nostro paese.

Articolo tratto e rielaborato dalla ricostruzione storica di Paolo Marzi, «I 100 anni del “Monumento”. Storia di un simbolo di Gallicano».

«Ci vediamo al Monumento». Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Per generazioni di gallicanesi quel luogo è stato, ed è ancora oggi, un punto di riferimento, un posto dove incontrarsi, sedersi sulle panchine e scambiare due chiacchiere.

Ma dietro quella statua, che tutti chiamiamo semplicemente il Monumento, si nasconde una storia che merita di essere ricordata.



Come nacque il Monumento

La storia inizia nei primi anni Venti del Novecento. Dopo la realizzazione del nuovo ponte sul Serchio, inaugurato il 20 maggio 1923, l'amministrazione comunale decise di dare un significato ancora più importante alla nuova strada di accesso a Gallicano.

Nacque così l'idea di realizzare un Parco della Rimembranza, dedicato ai gallicanesi caduti durante la Prima guerra mondiale.

Il progetto prevedeva un viale alberato, panchine in pietra, una piazza e un grande monumento commemorativo. Alla strada e alla piazza venne dato il nome di IV Novembre, in ricordo della vittoria italiana del 1918.

L'opera dello scultore Francesco Petroni

Per realizzare il monumento venne scelto Francesco Petroni, uno dei più importanti scultori lucchesi dell'epoca.

Il progetto era ricco di significati simbolici: una grande colonna sormontata dalla figura dell'Italia, con una spada e uno scudo, simboli di forza e difesa, e una piccola Vittoria alata.

Sul basamento vennero raffigurati simboli dell'antica Roma e della tradizione locale, tra cui il gallo, simbolo di Gallicano.

Sulla facciata fu incisa la dedica «Gallicano ai suoi caduti MCMXV–MCMXVIII», a ricordo dei soldati che avevano perso la vita durante la Grande Guerra.

Il 15 ottobre 1926: l'inaugurazione

Dopo alcuni anni di attesa, necessari soprattutto per reperire i finanziamenti, il monumento fu finalmente completato.

Il 15 ottobre 1926 Gallicano visse una giornata solenne. Alla cerimonia parteciparono le autorità provinciali e comunali, tra cui il podestà Leonetto Biagioni, il prefetto di Lucca Michele Bertone e Carlo Scorza, allora segretario federale del Partito Nazionale Fascista di Lucca.

Uno dei momenti più significativi fu la lettura dei nomi dei gallicanesi caduti nella Prima guerra mondiale.

Intorno al monumento venne realizzato anche un piccolo parco, abbellito con rose e piante sempreverdi.

Un secolo di ricordi

Negli anni il Monumento è diventato parte della vita quotidiana del paese.

Ogni 4 novembre le scuole elementari vi si recavano per rendere omaggio ai caduti. Tra i ricordi più belli tramandati c'è quello del maestro Febo Donini, che accompagnava i bambini suonando con la fisarmonica l'Inno di Mameli e La leggenda del Piave.

Ma il Monumento non è stato soltanto un luogo di commemorazione.

È stato un punto di ritrovo, un luogo di appuntamenti, di amicizie, di conversazioni. Un posto davanti al quale sono passate intere generazioni di gallicanesi.

Oggi, 15 ottobre 2026, sono passati esattamente cento anni.

Un secolo durante il quale Gallicano è cambiato profondamente, ma il suo Monumento è rimasto lì, a custodire la memoria del passato e a osservare la vita del paese.

E forse il segno più evidente di quanto sia entrato nel cuore dei gallicanesi è proprio il suo nome: non abbiamo bisogno di chiamarlo Monumento ai Caduti o Piazza IV Novembre.

Per tutti noi è, semplicemente, il Monumento.

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lunedì 6 luglio 2026

Staffette 1957


Raffaello Saisi mi ha inviato questa vecchia foto della staffetta maschile del 1957 (4 x 200 m.). Raffaello era il numero 3.

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martedì 21 aprile 2026

Il Pettorale - la Rocca di Gallicano

In questo video andremo alla scoperta della storia di Gallicano, antico borgo della provincia di Lucca, nel cuore della Garfagnana. 
Un territorio ricco di fascino, leggende e testimonianze storiche che affondano le radici nel Medioevo. Attraverseremo i secoli per raccontare le vicende del borgo, la sua posizione strategica e il ruolo fondamentale delle fortificazioni locali, con particolare attenzione alla Rocca, simbolo della difesa e dell’identità del paese. 
Un viaggio tra storia, architettura e tradizioni, alla scoperta di un angolo autentico della Toscana spesso poco conosciuto ma ricco di tesori nascosti. 
Se ami la storia locale, i borghi antichi e i paesaggi della Garfagnana, questo video fa per te.


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martedì 14 aprile 2026

La Befana

Dall'archivio della mia nonna Anita.

La Maestra Anita - Classe IV B 1976/77

Era, ormai passato il Capodanno, e nell’angolo della casa, dove era stato posto, tra il muschio vero e la neve di cotone o di farina bianca impreziosita con una spolverata di zucchero, per farla brillare un po’, il Presepe era ancora meta di incontri e di “ooh” di meraviglia, e già si pregustava l’attesa della Befana.
Non tutti avevano l’Albero di Natale, fiorito di mandarini, aranci, noci incartate con le stagnole delle caramelle e dei cioccolatini, serbati con cura amorosa per tutto l’anno e custoditi, ben stirati, in una scatola per le scarpe, riposta, poi, sopra un mobile in camera, con le candeline di cera colorata ed i candelierini di latta.
Ma la Befana, oh, la Befana, arrivava sempre attraverso la cappa del camino, al quale appendevamo le calze, perché le riempisse, mentre noi dormivamo.
Si era stati buoni per tanti giorni perché quella misteriosa vecchietta era onnipresente, pronta a punire le nostre mancanze, con cenere e carbone.
A volte, addirittura, ci faceva trovare solo quelli, ed i parenti si davano un gran da fare per rintracciare i doni, nascosti nei posti più impensati, tra le fascine accanto al fuoco, sotto la madia, dentro il laveggio, nella cunella del più piccino, sotto le sottane della nonna, e le nostre lacrime si asciugavano al raggio di un sorriso di gioia, cancellando, di colpo, l’amarezza della delusione.
E i doni, poi, gli splendidi doni, che portavamo in trionfo per tutta la casa, mostrandoli a tutti e cercando, anche, di suscitare l’invidia delle amichette!
La bambola, la Piccola Infermiera, i cocciolini per preparare i nostri “pranzi”, il servito da caffè, la batteria da cucina, la Piccola Ricamatrice, una granata di saggina a nostra misura, penne e matite colorate “Fila”, quaderni, una copia del “Corrierino dei Piccoli”, dei biscotti e dei cioccolatini, aranci e noci.
Ma il miccetto della Befana, in compenso, si era mangiato tutta la semola che gli avevamo messo nel cestino, ed erano spariti anche i cialdoni, che non avevamo mangiato, perché la Mamma, paventando una indigestione, ci aveva consigliato di lasciarli, per rifocillare l’ingorda vecchietta, stanca del lungo viaggio, sui tetti e delle frequenti discese giù per le cappe.
E per i maschietti? Le costruzioni in legno, il cappello da soldatino, la sciabola, il cavallo a dondolo, i calzettoni, le solite penne, matite e quaderni dell’altro sesso.
E la gioia durava giorni e giorni, era “materia” di componimenti, a scuola, corredati dall’elenco dei doni, e a volte esposti anche all’ammirazione delle compagne e della maestra, che coglieva l’occasione per una lezione di Cultura Generale.
La mattina del 6 Gennaio, a scuola, veniva distribuita la Befana Fascista, consistente in un pacco che conteneva aranci, noci, zucchero, miele, fichi secchi, biscotti e caramelle, qualche indumento di lana e oggetti per la scuola, rulli avvolti in un foglio di carta blu, e legati con un fiocco tricolore……
E le nonne ci cantarellavano, piano piano, per non disturbare la Befana ed il suo miccetto;

Dormi, bambina, questa è la notte
che la Befana, dalle sue grotte, esce
e recando paste e confetti, va per i tetti.
Adagio, adagio, pianin pianino,
mette l’orecchio presso il camino;
se sente chiasso, alcun si muove, cammina altrove!
Ma, se ascoltando più attentamente
sente dormire tutta la gente,
allora toglie dal suo fardello,
quanto di buono, quanto di bello,
bambole, dolci chicchi e tra tutti, per i fanciulli.
Dormi bambina! Se dormirai
quando ti svegli rallegrerai!
Bella è la sorte di domattina! Dormi, bambina!


Gallicano, 5 Gennaio 1989

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lunedì 13 aprile 2026

I racconti del Gino - Fermi tutti è una perquisizione!

Dall'archivio della mia nonna Anita.

Era da poco finita la guerra del ’45 e le cose e le persone portavano ancora, visibili sulle case e nel sangue, gli orrori di sette mesi di fronte; piano piano si cercava, faticosamente, di tornare alla normalità, si raccoglievano, tra le macerie, le poche povere cose rimaste e si cercava di rendere abitabili le case sinistrate. Ci si arrangiava come si poteva……



Qualcuno fece una soffiata alle autorità: si diceva che in una certa casa si faceva della grappa clandestina, e in un’altra, nell’orto dietro la cucina, si coltivava del tabacco.
Una mattina arrivò in paese una pattuglia della Finanza, con mitra e pistole, al comando di un Ufficiale, con tanto di fregi e sul berretto, mostrine e decorazioni, bene in vista, sul petto.
Dopo aver chiesto informazioni sull’ubicazione delle due case malfamate, entrarono nella piccola aia della prima, e bussarono a quell’uscio di castagno, mezzo sgangherato, che, per altro, era aperto. Si affacciarono alla porta della cucina, e videro un bimbetto di sette, otto anni, seduto, mogio mogio, presso il camino spento. All’arrivo dei militari, trasalì, ma non si mosse.
Chiamò a voce alta la sorella più grande, che scese, dalla ribalza aperta. — “E’ qui che si coltiva il tabacco!” — tuonò imperiosa e minacciosa, la voce dell’Ufficiale. — “Dov’è? Presto, fatemi vedere!”
I due ragazzi avevano la bocca spalancata, ma non emisero nessun suono; stavano lì, impalati e muti, come di fronte a dei fantasmi.
La voce dell’Ufficiale si fece ancora più minacciosa: — “Presto fatemi vedere dov’è la coltivazione, prima che cominci a far perquisire tutta la casa! Dov’è vostro padre? E la mamma?” —
Con un fil di voce la ragazzina, tenendo, quasi a proteggerlo, una mano sulla spalla del ragazzo: — “La mamma non c’è più… … E babbo è alla selva… …” — “Vallo subito a chiamare!”—
La ragazzetta calmò il fratello che stava quasi per piangere, ma non si era mosso di un millimetro dalla sedia: — “Ci vado subito!”—
E scappò via come un leprotto. I militari si guardarono intorno e videro solo della miseria, delle poche cose, anche poco pulite, per giunta, e non sapevano cosa fare. Il bimbetto aveva chinato la testa e si guardava, con interesse, le mani, magre e scure. Arrivò, trafelato, il padre, e fu aggredito a voce dall’Ufficiale, che voleva perquisire la casa ed il terreno intorno;
l’uomo rimase un momento in silenzio, poi, con voce, dapprima debole, e poi, sempre più forte, fin quasi a gridare, disse:
— “Il tabacco? Io ne ho seminate quattro, dico quattro piante,
colà, nell’orto, e le foglie, quando sono secche, le metto insieme a quelle fine di castagno e mi faccio le sigarette con le spoglie di granturco, perché non ho soldi per andare a comprarle!
Non ho soldi, no, ed ho tre figlioli! Guardate questo!” — Questo è il regalo della guerra! — “Tirò giù i pantaloni al ragazzo e mostrò la sola gamba rimasta; dell’altra, nemmeno l’ombra.”
— “Aspettate” — disse — “e vedrete ancora!” — Salì le scale e tornò giù
portando in braccio una bambina, ancora più piccola, con un moncherino all'altezza del ginocchio, malamente nascosto da una gonnella troppo larga per lei. E questo è il regalo delle cannonate! E la mi moglie è morta! Cosa deve fare un povero Cristiano? Nessuno fiatava più, nella cucina, dove era sceso un silenzio penoso. Poi, l’Ufficiale ed i Militari si scossero, misero la mano in tasca, e raccolta una piccola somma, la consegnarono al bimbetto seduto e se ne andarono senza dire parola.
Ma la loro missione non era finita; dovevano andare a scovare la distilleria clandestina di grappa, in Campilato. Arrivati sul posto, bussarono alla porta, ma non rispose nessuno. - Ehi, di casa, c'è qualcuno?
A quegli urli, sulla scala che portava al piano di sopra, si affacciò un giovane, seminudo, con una coperta sulle spalle.
- Qua - disse l’Ufficiale con voce di minaccia, - qua si fa delle grappa, vero? - Della grappa?— cascò dalla nuvole il giovane, —
Io, un po’ di grappa me la bevo di tanto in tanto. È lì , sul mobile…ed indicò la bottiglia, ripiena a metà.
— “Ecco! Qua ti ci volevo! L'avete fatta in casa, vero? E l’altra, dov’è?— Il giovane cambiava colore, sudava e tremava, sotto la coperta che si stringeva addosso. -L'altra quale? — Presto, dammi un bicchiere, che la devo sentire se è di quella casalinga! - disse l'ufficiale e presi alcuni bicchieri si dispose a fare lui ed i suoi militari, l'assaggio.
Tutti ne bevvero, e tutti convennero che era proprio di quella, fatta in casa, e nemmeno buona. - Ed ora, cosa avete da dire? Devo dare ordine di perquisire tutta la casa, o me lo dite voi dove nascondete il resto? - E cominciò un interrogatorio di terzo grado.
Il pover’uomo se ne stava tremante, poi si decise a parlare, sudato, come sotto il sole di agosto.
- Avete ragione, sì, me l'hanno data, fatta in casa, ma è solo quella lì che c'è rimasta; l'altra l'abbiamo bevuta già tutta, io la mi mamma, perché abbiamo il tifo, è già tanti giorni, abbiamo la febbre alta...La mi mamma l'ha più di 39°, e a me, sento che mi rimonta...E se non ci teniamo su con un po' di roba forte, non ci leviamo più le gambe...
A quelle parole, furono i militari a cambiar colore ed a guardarsi l'un l'altro smarriti, posando in fretta il bicchiere che tenevano in mano, cercando la secchia dell'acqua per risciacquarsi le mani e la bocca...Poi, velocemente, molto di più di quanto erano arrivati, se ne uscirono da quella casa, maledicendo in cuor loro l'autore, anonimo, della schifosa denuncia, e cercando di arrivare, al più presto possibile, al primo Pronto Soccorso, sperando in Dio di non essersi beccati nulla, dopo averci rimesso anche, la sommetta che avevano dato a quei poveri bambini, orfani e invalidi per una guerra della quale non ne sapevano neppure la ragione.

Gallicano, 27 Gennaio 1991

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giovedì 2 aprile 2026

22 luglio 1956... una giornata in Pania!

Queste fotografie, datate 22 luglio 1956, raccontano una giornata speciale sulla Pania della Croce, con tappa al Rifugio alla Pania. Tra quei volti c’è un giovanissimo Picci.

Cambiano le persone, cambiano i tempi… ma la Pania è sempre lì!
















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martedì 31 marzo 2026

Oggi, Sabato, si fa il pane

Dall'archivio della mia nonna Anita
 


Il Marino ha riportato un sacco di farina, macinando il grano dell’anno, nel mulino ad acqua. È stato vuotato nel “suppiano”, ora colmo di bianca polvere soffice come neve.
È venerdì pomeriggio: la massaia apre la grande bocca della madia, vi immette la “capretta”, una specie di trespolo di legno che sostiene lo staccio, e comincia a mettere in quest’ultimo palettate di farina.
Prima di iniziare l’operazione di dividere il “fiore” dalla semola, si è messa in testa un fazzolettone, che le copre capelli ed orecchi, ha indossato un grande “pannello” e si è rimboccata le maniche fin oltre il gomito. Ha inizio la frenetica danza dello staccio, che solleva, nella sua corsa avanti e indietro sulla capretta, nuvole bianche di polvere quasi impalpabile, che si depositano dappertutto, creando scene di un mondo polveroso da “La Bella Addormentata”. Ma non si dorme, oh, no!
Dopo questa prima operazione, si deve sciogliere il “presame”, cioè il lievito messo da parte la settimana precedente. Basta acqua calda leggermente salata, e una veloce pressione delle dita. Ridotto così a densa crema, si allunga con altra acqua e si comincia ad intridere la farina.
Si prepara un bel panetto, che dovrà lievitare per cinque ore e più, a seconda della stagione. La prima parte del lavoro è fatta, ed ora si deve solo aspettare. Chi vuole adoperare meno farina di grano, per ragioni puramente economiche, prepara ben cotta, una morbida polentina di granturco, od un bel purè di patate, che aggiunto al primo impasto, renderà in quantità, in gusto, e in economia.
Sono ormai le cinque del mattino del sabato: ecco la massaia ad impastare altra farina od... additivi vari, al primo panetto che nel frattempo è quintuplicato di volume; altra acqua tiepida e tanta, tanta forza di braccia per afferrare, stringere, sbattere la pasta dentro la madia, fin quando diventi elastica, soffice, morbida, quasi viva sotto le mani esperte, che l’accarezzano, la strapazzano, la sciorinano e la raccolgono con fermezza, ma anche con amore.
La pasta sembra gonfiarsi poco alla volta.
Allora la massaia la divide in tanti piccoli pezzi, dà loro una forma ovale e li pone, uno accanto all’altro, ma ben distanziati, su tavole di legno, coperte da bianchi teli, fragranti di ranno e di alloro.
Su ogni pane, quasi a santificare il cibo, o forse, molto meno poeticamente a sollecitare la lievitazione (ma io preferisco la prima ipotesi) fa con un coltello un segno di croce; ricopre tutti i pani, aggiunge una coperta di lana, e, dato che sono quasi le otto, si dispone ad accendere il forno.
Qui ritorna in gioco la perizia dell’operatrice, perché anche questo lavoro va fatto da mani esperte e da occhio attento.
Dato che il forno è costruito con mattoni refrattari, con una intercapedine di carbone fossile, raccolto alla Stazione Ferroviaria, per portarlo al punto giusto di calore, bisogna far fuoco in modo omogeneo e costante, perché il caldo entri bene nei mattoni, i quali lo dovranno restituire lentamente, ma a lungo. E così le fascine si alternano ai randoletti, ai ciocchetti. La bocca del forno deve essere chiusa ermeticamente con la piastra di ferro, il forno deve essere ben spazzato con la granata di mortella. Non possedendo un termostato, si sa che la temperatura è giusta, quando la volta del forno è diventata di un bianco lattiginoso ed uniforme.
Pulito bene il forno, si provvede a mettere dentro il pane.
Nel frattempo, le pagnotte sono triplicate di volume e la bocca aperta dai tagli in croce ci dice che è stata una buona lievitatura. Le pagnotte vengono adagiate, con delicatezza e rispetto, sulla pala, e fatte dolcemente scivolare dentro, una accanto all’altra, con gesti quasi rituali.
La massaia sembra una Sacerdotessa pagana, che attende a un rito propiziatorio. Tutte, meno una, le pagnotte sono informate. All’ultima è riservato un trattamento speciale: un poco di zucchero, un po’ d’uva passa, ed ecco il pan dolce per la gioia dei più piccini!
Dopo una mezz’oretta, ci si deve render conto di come procedono le cose: una sbirciatina veloce dentro il forno, e se è il caso, una rovesciata a quella pagnotta che non è ancora ben colorita, poi di nuovo, attesa!
È passata ormai quasi un’ora e un quarto: nell’aria si spande un profumo di sole, di vita, di giovinezza, di lavoro: il pane esce, croccante e dorato, dal forno, e le mani della massaia lo raccolgono con tenerezza, lo soppesano, e lo depongono nella gran cesta a raffreddare. Verrà portato, poi, nella madia, messo in bell’ordine, accanto al misero mucchietto di “presame” scansato per il prossimo sabato.
Ma sarà da quel grumo informe che fioriranno tante pagnotte.
La madia si richiude, quasi nascondendo il suo tesoro, e la famiglia si sfamerà per una intera settimana.

Gallicano, 29 Giugno 1987

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giovedì 26 marzo 2026

La figura del Mulattiere

Dall'archivio della mia nonna Anita

IL MULATTIERE NON ERA ………………



Il mulattiere non era il marito della mulattiera, la snella stradina che serpeggiava, piena di luci ed ombre, di curve sinuose, di ardite impennate, di molli discese, di aspri crinali, su su, inerpicantesi verso le cime delle collinette, fino ai più remoti casolari, ai paesini da Presepe, tra selve e campetti, a precipizio sulla vallata.
C’era da domandarsi se, su quei praticelli, le galline che razzolavano, avessero il panierino legato dietro, per non far ruzzolare le uova fino in fondo, fino alla strada comunale, che si snodava come un nastro bianco, tra la Turrite e le grotte dell’Eremita.
Il mulattiere era dunque l’uomo forte e salcigno che, guidando le sue mule, percorreva, anche varie volte al giorno, per i dodici mesi dell’anno, quelle ripide solitarie vie, tracciate dal tempo e dal passo dell’uomo, senza piani regolatori comunali, o studi approfonditi di geologia applicata.
A Gallicano tutti li conoscevano: il Tarpone, il Biondo, l’Oliviero, l’Assunta del Porro, il Vanni, e tanti altri.
Questo mestiere comportava onestà, memoria, capacità di vendere e di acquistare, perché il mulattiere era l'"addetto alle pubbliche relazioni”, l’anello di congiunzione tra il paese e le frazioni, le case sparse sui crinali delle montagne.
Scendevano di prima mattina, la prima volta, con i loro muli carichi di legna, di sacchi di farina e di patate, di barili di vino; castagne fresche e secche, insaccati di maiale; in una grande sacca riponevano le lettere da impostare, se non passava la postina, e l’elenco di tutta la merce da acquistare in paese.
Erano incaricati a svolgere tutte le incombenze, dall’acquisto di oggetti per la casa, per i lavori agricoli, ai contatti con il medico di condotta e la levatrice, al rifornimento di tutto ciò che non si trovava nei paesini, dal sale alle verdure, dalla pasta allo zucchero e al caffè, dai chiodi ai tessuti, alle medicine, ai giornali, a tutto quello che serviva per la sopravvivenza di una piccola comunità.
Caricavano i muli e risalivano faticosamente su per i greppi, sfidando tutte le intemperie, riportando, in quella briciola di mondo, la voce della civiltà.
A dorso del mulo saliva anche il Dottore che si recava dai suoi rari ammalati e la Levatrice Comunale, che portava il suo aiuto alle molte gestanti. A volte, attaccata alla coda del mulo,
saliva anche la maestra, che si teneva a debita distanza per evitare qualche doccetta fuori programma, o il regalo, caldo, di una “ciotta”.
La figura del mulattiere è definitivamente scomparsa da quando le strade si sono trasformate da mulattiere a carrozzabili, ed il mite, poderoso animale è stato sostituito da motocarri e trattori.

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mercoledì 17 dicembre 2025

La piccola comunità è una grande famiglia

Dall'archivio della mia nonna Anita. 

La piccola comunità è una grande famiglia 
Passa un funerale. I gruppetti delle persone si ingrossano e si dipanano come matasse di seta gonfiate dal vento. 
I negozi socchiudono gli usci, i ragazzetti smettono di strillare, le donne si segnano e gli uomini si tolgono la berretta. 
Il corteo avanza lento e silenzioso, solo il salmodiare del Prete a cui fanno eco le voci sommesse e cadenzate dei processanti che masticano il loro latino. 
Avanti a tutti ci sono i Confratelli della Misericordia, numerosi ed anonimi, nelle lugubri, lucide cappe nere, col volto coperto da un ampio cappuccio, dal quale spuntano le occhiaie a mandorla, per permettere di controllare i passi; l’anonimato si rifà ai precetti sulla Religione che vuole che la Pietà e la Carità non abbiano volto. 
Sono preceduti da un grande stendardo, nero, ricamato, nel quale sono visibili le insegne della Confraternita, e le figurazioni della Morte in Cristo. C’è poi il carro con il feretro. A questo punto c’è da fare una distinzione di classi; la terza si riconosce dalla gualdrappa del cavallo, una semplice striscia nera con applicate due croci gialle; il carro è disadorno di fregi e di segni esteriori di ricchezza. Il carro di seconda ha il cavallo più vestito, a metà corpo, c’è qualche fregio e ci sono più fiori. Ma il carro di prima è veramente degno di un gran Morto: il cavallo è ricoperto interamente da un mantello nero, dove spiccano, gialle, grandi croci, il carro è lucido, ben fregiato; sulla testa del cavallo, come sui quattro angoli del carro, dondola un pennacchio, dal quale pendono dei cordoni gialli, terminanti con una nappa; è un grande onore riservato a personaggi di spicco, procedere ai lati del carro e sorreggere le nappe. Molti fiori, sia sul carro, sia portati a coppia, se corone, o da singoli, se cuscini. 
Tutti i partecipanti al corteo sono, rigorosamente, vestiti di nero, ed i parenti hanno il volto seminascosto da una veletta nera. Il lutto dura un anno quello da vestire in nero assoluto; durante questo periodo non si partecipa a feste né a cerimonie importanti, e nel caso che la povera orfanella dovesse essere ammessa alla Prima Comunione, avrebbe indossato il rituale abito bianco, sì, ma con una fascia nera al braccio, ed una collanina nera al collo. 
Gli uomini portavano la stessa fascia nera al braccio, ed un nastro nero sulla falda del cappello e la cravatta nera. 
Trascorso l’anno si poteva mettere il mezzo-lutto, cioè nero e bianco, viola o grigio scuro, e si poteva anche azzardarsi a togliersi le calze e a portare vestiti a mezze maniche. 
Si poteva anche giungere a rendersi un po’ di rossetto e farsi la permanente! E le vedove erano davvero “povere”, perché non avevano certo la pensione di reversibilità e dovevano provvedere a sfamare tante bocche, a crescere tanti figlioli! 
Ma la gente sapeva aiutare, discretamente, ed in paese, nessuna rimaneva mai abbandonata, perché la gioia ed il dolore di uno, era sentito da tutta la piccola comunità. 

Gallicano - Piazza Umberto

Gallicano, 26 Gennaio 1988

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lunedì 15 dicembre 2025

Le fole a sorpresa della nonna Ricciolina ma non finisce qui...

Dall'archivio della mia nonna Anita 

LE FOLE A SORPRESA DELLA NONNA RICCIOLINA MA NON FINISCE QUI… 

C’era una volta, in una casa tra la Piazzetta e Capanna, dove abitava una famiglia: babbo, mamma, bambino, un cane, Trotta, un gatto, Foresto, ed un vecchio, il nonno. Il babbo lavorava tutto il giorno, al Fabbricone, la mamma era sempre in faccende, tra il pane, il bucato, le pulizie; il bambino, dopo la scuola, scorrazzava fuori come una capretta, e rientrava solo quando aveva fame o era troppo stanco, ed era ora di andare a letto.
E il vecchio se ne stava tutto il giorno solo, in silenzio, perché non aveva nessuno con cui parlare e non aveva più niente da dire. Dopo la brutta paralisi che lo aveva lasciato - sì, vivo, ma quasi senza vita - se ne stava tutto il giorno seduto su una sedia, nel canto del fuoco, ed accarezzava lentamente un nodoso bastone di castagno che il figlio gli aveva portato dalla selva, quando le gambe non lo reggevano più ed aveva bisogno di un appoggio per andare dalla sedia al tavolo o al letto; e con il bastone attizzava il fuoco, accarezzava delicatamente la groppa del cane o giocava con il gatto quando gli passavano vicini.
Era dimagrito ed i vestiti gli pendevano addosso come da un vecchio attaccapanni; la testa e le mani scosse da un tremore continuo, la faccia grigiastra e solcata da rughe profonde, i radi capelli bianchi scomposti come agitati da un vento invisibile.
La parola lenta e strascicata, quasi durasse fatica a tirar fuori il fiato e non ricordasse nemmeno le parole.
La nuora mal sopportava quel rottame umano, sempre lì, inerte e inutile, e se ne lamentava spesso col marito e con le amiche.
A tavola, poi… Il vecchio stentava a trovar la bocca col cucchiaio e la forchetta, ed il cibo ricadeva nel piatto e sulla tovaglia; e dalla paura di far intervenire coi gesti o con le parole, la nuora e il figlio, le mani gli tremavano ancora di più, e la pasta gli ciondolava in lunghi fili dal mento, e il sugo macchiava il colletto ed i vestiti.
- Io non lo sopporto più - diceva la giovane sposa - mi fa schifo, non vedi come si comporta? Bella scuola, per nostro figlio!
Ed il marito assentiva, per amor di pace, e per non aprire discussioni senza fine. E in fondo, anche lui conveniva che quello che diceva la moglie era vero.
- Io, a tavola, non ce lo voglio più! Se ne starà nel cantone, così non lo avrò sotto gli occhi ogni momento! -
Il marito chinava la testa, ed il vecchio fu relegato nel suo cantuccio, fuori dalla portata visiva di chi voleva mangiare in pace.
E così, se ne stava là, tutto il giorno, alzava lo sguardo acquoso verso la finestra, e di là dal vetro vedeva passare le nevi, le rondini, la pioggia e il sole, la luce e le ombre della sera.
Gli veniva portato un piatto con il pranzo o la cena, e lui se lo appoggiava alle ginocchia tremanti, ed andava alla ricerca della bocca, con movimenti incerti e disperati.
Ma un giorno… oh, un giorno la scodella scivolò dal punto di appoggio, cadde in terra, rovesciando il contenuto, e si ruppe.
Accorsero Foresto e Trotta, certi di un supplemento di razione, ma non solo loro: anche il bimbo si alzò da tavola e si avvicinò ai cocci bianchi, macchiati di brodo color caffelatte.
- Ecco, lo hai visto? Nemmeno il piatto sa reggere più, l’ha rotto! E da ora in poi mangerà dentro una scodella di legno. Laverò bene quella di Trotta, almeno siamo sicuri che quella non la romperà.
La donna strillava ed il marito faceva ampi cenni di assenso col capo, mentre guardava con aria corrucciata il vecchio.
Questi si era irrigidito, in un grande sforzo, quasi una statua: ma una statua dalla faccia disperata ed umiliata; e due lacrime sottili, solitarie, rigavano le guance pallide ed incavate, e indugiavano tra le rughe incerte se cadere o rimanere lì.
Ed ecco il bambino che si china, raccoglie i cocci, li pulisce un po’ con le mani…
Ma uno strillo della madre e un imperioso - Fermo! - del padre, un fermo che arrivò come una frustata, gli bloccò il movimento a mezz'aria.
- Si può sapere che cosa fai, con quel sudiciume? Esci subito di lì - tuonò ancora la voce paterna. Ma il bambino, dopo un breve momento di esitazione:
- Metto da parte i cocci… li incollo, e così preparo la scodella per te, quando sarai vecchio. - e riprese a pulire il piatto.
Quelle parole furono, per i genitori, come una scarica elettrica che dal cuore arrivò al cervello, ed accese, improvvisa, una forte luce.
E da allora…
La fola non finisce qui.




Gallicano, 13 gennaio 1992

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lunedì 1 settembre 2025

Una foto storica delle staffette del 1957

Oggi Raffaello Saisi mi ha inviato questa preziosa testimonianza del passato: una storica foto delle staffette del 1957. Nell’immagine (Raffaello è il numero 3) si respira tutta l’atmosfera e la passione sportiva di quegli anni, che continuano ancora oggi a legare la nostra comunità. 

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domenica 31 agosto 2025

Pieve di San Cassiano, nuove testimonianze del passato

Un cimitero e uno spazio battesimale, nuove testimonianze del passato riemergono dagli scavi a Gallicano.

Lo scorso anno è stato scoperto l’imponente edificio religioso edificato alla fine dell’XI secolo. La seconda campagna di scavo ha fatto emergere altre informazioni importanti e permesso di rinvenire un’ampia area cimiteriale annessa alla Pieve di San Cassiano



Gallicano continua a restituire importanti testimonianze della Pieve di San Cassiano. La seconda campagna di scavo ha fatto emergere informazioni importanti sulla conformazione delle chiese con funzione battesimale in Toscana tra VIII e X secolo e ha permesso di rinvenire un’ampia area cimiteriale annessa alla Pieve.

Gli scavi archelogici sono curati dalla Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa impegnati nel Gallicano Project, diretto dal professor Antonio Fornaciari, e dalla dottoressa Marta Colombo della Soprintendenza di Lucca e Massa Carrara.



La Pieve di Gallicano era a capo di un territorio molto ampio che comprendeva la porzione apuana della val di Serchio, nella bassa Garfagnana, e aveva ben 23 enti religiosi alle sue dipendenze. “Lo scorso anno – spiega Fornaciari – lo scavo aveva permesso di individuare l’imponente edificio religioso abbandonato nel XIV secolo: una chiesa edificata alla fine dell’XI secolo, larga 18 metri e lunga circa 23 metri dotata di tre absidi e di tre navate intervallate da due file di quattro colonne”.

La nuova campagna ha rivelato che la pieve romanica era stata preceduta da un edificio più piccolo, lungo circa 15 metri, dotato di due navate absidate. “La navata meridionale era verosimilmente quella adibita a spazio battesimale. Dai livelli di distruzione di questa pieve provengono intonaci dipinti e frammenti di oggetti liturgici in vetro. Si tratta di una scoperta importante che getta nuova luce sulla conformazione delle chiese con funzione battesimale tra VIII e X secolo in Toscana”.


Gallicano Project

Avviato il 12 giugno scorso, il Gallicano Project conclude così la sua seconda campagna di scavo con importanti risultati. Oltre ai resti della chiesa di San Cassiano, infatti, gli archeologi dell’Università di Pisa hanno riportato alla luce una fornace da campana risalente al XII secolo e un’ampia area cimiteriale annessa alla Pieve, con sepolture del XII-XIV secolo, che riservava ai bambini un settore specifico posto ad alcuni metri dalla facciata della chiesa.




Grazie alle analisi dei resti scheletrici rinvenuti, sarà adesso possibile conoscere la dieta, le malattie e le abitudini di vita della popolazione locale nel corso dei secoli e ricostruire così la storia demografica e sanitaria della popolazione della Garfagnana e, in generale, gli assetti insediativi della Valle del Serchio tra alto e basso medioevo.



Fonte: In Toscana

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giovedì 3 aprile 2025

Via Giulio Bonugli e il Cannaio

La Turrite di Gallicano a pieno titolo fa parte della storia del nostro paese. In sé ha molte storie da raccontare, fatte da persone ed eventi oramai persi nel tempo. 
Giulio Bonugli ci racconta alcune di queste vicende e ci dirà anche il perché esiste una via con lo stesso suo nome...


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giovedì 16 gennaio 2025

I "vaglini" a Gallicano



Questa è una narrazione circolare. Parte dalle donne e dagli uomini che abitavano Fabbrica di Careggine, sulle rive del torrente Edron affluente destro del Serchio, sotto le alpi Apuane. Arriva alla diga, realizzata dall’ing. Ignazio Prinetti Castelletti tra il 1943 ed il 1953, che ha originato il lago di Vagli e le sue acque che SELT Valdarno usa “per trarne disciplinata energia elettrica”. 
Ritorna alle donne ed agli uomini che nel 1947 se ne andarono da lì -costretti- e si trasferirono altrove: a Gallicano ne arrivarono più venti, quasi un quinto di quelli che stavano alla Fabbrica. 
Dunque una narrazione circolare tra diversi luoghi e persone. Innanzitutto i “vaglini”, come comune mente venivano chiamati dai gallicanesi, non venivano da Vagli ma dal paese a quota 533 slm sotto Careggine: appunto Fabbriche oppure Fabbrica, come hanno sempre detto gli autoctoni. 



Si legge nel Dizionario Geografico Fisico e Storico della Toscana, scritto da Emanuele Repetti nel 1833: ... la comunità di Careggine, tre miglia toscane ad ostro di Camporgiano, nella Diocesi di Massa già di Lucca, Ducato di Modena, consiste in 1347 abitanti suddivisi in sezioni ... tra cui il borgo di Fabbrica con 66 abitanti. Il paesetto è conosciuto e famoso solo anni dopo la sua scomparsa sotto il lago, quando viene svuotato per far manutenzione ai condotti della diga: la prima volta avviene nel 1954 poi nel 1968, nel 1983 ed infine nel 1994. 
Un articolo sulla Domenica del Corriere del giugno ‘54 titola infatti “un paese scomparso”, su La Garfagnana dell’agosto ‘68 si legge “pompei in garfagnana”, su Sette del Corriere della sera del 1994 “il paese che appare e scompare”, su Qui Touring del giugno 1994 il titolo è “Pompei del ‘900 riemerge dal passato Fabbriche di Careggine”, addirittura sull’Herald Tribune del 31 agosto ‘94 è scritto “a tuscan atlantis resurfaces as tourist mecca” e sull’Informatore di Unicoop Firenze dello stesso anno: “il paese fantasma”. Ma l’articolo più completo esce sul mensile Bell’Italia del novembre 1986 titolato “piccola atlantide” che ci regala anche un bel disegno di Francesco Corni che lo I “vaglini” a Gallicano ricostruisce a volo d’uccello visto da Vergaia, in alto ad ovest. 
Non si può dire che il paese non abbia avuto attenzione ... postuma! Se ne era occupata anche la Settimana INCOM 65 del 3 luglio 1947 che filmò la gente che sfollava e con l’edizione 633 del 13 agosto 1951, quando riemerse una prima volta ancora con i lavori di rialzamento della diga in corso. I due video sono in www.lanazione.it/lucca/cronaca/lago-di-vagli-1. Subito dopo la conclusione della 2a guerra mondiale ci abitavano in 146 e c’erano una dozzina di ragazzi e ragazze che frequentavano le prime quattro classi delle scuole elementari, per la 5a andavano a Vagli. 
Una delle ultime maestre fu Letizia Mariani che avrebbe poi sposato Mauro Lucchesi, lo stesso geometra che aveva preparato le indennità d’esproprio per i proprietari d’immobili e terreni ed avrebbe progettato e costruito le case dei “vaglini” a Gallicano, per conto di Selt Valdarno. Anche Don Guerrini, un prete trentenne, veniva da Vagli per dir messa nella piccola chiesa del 1590 a navata unica, abside rettangolare e volta a botte, dedicata a San Teodoro. 
Il medico condotto veniva invece da Careggine, il Comune. Molti lavoravano per la società elettrica ligure toscana SELT Valdarno, che già aveva in Garfagnana altre dighe e centrali idroelettriche, alcuni erano addetti alla costruzione di quella accanto al borgo che la guerra aveva fermato, altri lavoravano la terra, allevando animali e coltivando castagni, pochi altri commerciavano. Qualche tempo prima parecchi facevano i fabbri ferrai, utilizzando l’energia del torrente Edron e giacimenti ferrosi sul monte Tambura: una lontana provenienza lombardo bresciana dava cognome ai tanti Pellegrinotti ed -appunto- Bresciani. Gli affioramenti del paese dal lago, svuotato, hanno sempre fatto vedere l’ultima trentina di case più alcune dintorno ed il ponte a tre archi sull’Edron, i suoi argini, le recinzioni e la cappella del cimitero, che le correnti sott’acqua degradano sempre più. 
Ben si vede la chiesa, ancora con le coperture dell’abside ed il campanile alto, resistono i muri perimetrali delle case senza tetto che qualcuno aveva smontato per farne ancora materiale da costruzione: mezzo secolo di acque lasciano solo scheletri. Poca attenzione ricevettero gli abitanti, quando nel 1947, completata la diga in costruzione dal ‘41, furono allontanati: vecchi e bimbetti, tutti, sopra sarebbero arrivati più di 80 metri di acqua. I proprietari di immobili e terreni furono indennizzati e poterono scegliere dove andare ad abitare in case costruite dalla stessa Selt-Valdarno oppure acquistate, gli altri nulla. 
Fu una diaspora. Una delle tante famiglie Bresciani andò a Fornaci di Barga, qualcuno si trasferì in Svizzera ed in Australia, a Castelnuovo Garfagnana ed a Vagli, a pochi chilometri, i Giannecchini si trasferirono a Bolognana. Una delle famiglie Pellegrinotti anni prima era ritornata da San Paolo di Brasile: rientrati dall’emigrazione avevano costruito una bella grande casa accanto alla chiesa. Armida se ne andò a Pian della Rocca, Lola a Lucca: Dina, Pietro e Bernardino si trasferirono a Vergaia subito fuori dal lago, su verso Careggine. Le acque presero il posto delle due stanze di una casa Pellegrinotti sull’Edron, usate dalla Scuola elementare. Furono allagate quelle della trattoria gestita dai Bresciani, accanto al campanile e pure il mulino poco oltre il ponte sul torrente. 
Il ponte in pietra costituiva un attraversamento della strada Vandelli, abate ingegnere, realizzata ai tempi di Francesco III d’Este alla metà del ‘700, che collegava Modena con Massa traversando avventurosamente Appennino ed Apuane. A Gallicano, in quella che sarà via Traversa e poi della Repubblica a trecento metri dalla centrale idroelettrica, direttore dei lavori il geometra Lucchesi, furono iniziate a esser costruite fin dal 1944, ben in fila, quattro unifamiliari -piano terra e primo- ed una più grande casa quadrifamiliare. Si vedono bene in una foto d’epoca pubblicata nel librino fotografico di Daniele Saisi, Gallicano in Garfagnana nella prima metà del ‘900, sotto la chiesetta di Santa Maria in Panizza. Arrivarono più di una ventina di “vaglini”. 
Nella prima casa su via Giovanni Pascoli, verso la chiesetta di Santa Maria vennero a stare Luigi Bresciani e sua mamma Maria sopranominata “schioppo”. Nell’altra accanto Chiara Bresciani con le tre figlie Ettorina, Maria, Bice ed il figlio Domenico. Più giù vennero ad abitare Maria Pellegrinotti, Aldegonda madre di Maria, Laura e Laerte, poi Giuliano, Linda, i giovani Carlo ed Emma, Annunziata ed Antonio detto “tono”, Giovanni Ardelio. 
Nella grande ci stava anche America ovviamente chiamata “merica”. Nell’ultima casa della fila Domenico Geremia Gigli ed un’altra Pellegrinotti: Annunziata ed i figli Mario e Carlo. A molti di loro e tutti imparentati, la società elettrica aveva tolto il paese ma continuava ad offrire lavoro. A Gallicano dove in quegli anni ci abitavano non più di 1700 persone i “vaglini” erano il 2% ... un bel gruppo chiuso, isolato ai margini del paese verso nord est. Poi arrivò la contaminazione e negli anni successivi molti giovani misero su famiglia, taluni si spostarono anche per lavoro, altre sposarono gallicanesi. Nacquero Guido, Maurizio e Maria Luisa Simonini. Giuliana Saisi, Clara e Domenico Gigli. 
Con il cognome Pellegrinotti arrivarono Antonella, Lorenzo, Elisa, Floriano ed Ardelio Giovanni. Quest’ultimo ha fatto il consigliere comunale ed il Sindaco di Gallicano per 24 anni. Conosco Clara da quarantasei anni e siamo oramai sposati da quarant’uno. Sua zia Bice, una delle ultime ultraottantenni nate alla Fabbrica, ha dato mano con i nomi delle persone e memoria dei fatti, scusando le dimenticanze. 


Adolfo Moni - L'Aringo di Gallicano n. 9 marzo 2019

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mercoledì 6 novembre 2024

Trassilico, frazione di Gallicano dal 25/11/1948

Grazie alle informazioni fornitemi dal Italo Pierotti, ho trovato la Gazzetta Ufficiale del 25 Novembre 1948, nella quale è pubblicato il decreto legislativo 21 Aprile 1948 n. 1352 che aggrega la frazione di Trassilico al comune di Gallicano.
Questa la storia riportata negli atti:
Con delibera del 18 Luglio del 1946 n. 12 il Sindaco di Trassilico chiede l'autorizzazione a trasferire la sede comunale dell'attuale capoluogo di Trassilico alla frazione di Fabbriche di Vallico.
Con il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato del 10 Maggio del 1947 n. 441 venne trasferita la sede del Comune di Trassilico nella frazione di Fabbriche di Vallico (recependo la richiesta del 1946 del Sindaco di Trassilico).
Nel Novembre del 1948 Trassilico passa a Gallicano.
Il 20 Gennaio del 1949 il Sindaco di Trassilico in esecuzione della delibera del consiglio comunale del 20 Dicembre 1948, chiede che venga modificata l'attuale denominazione del comune in Fabbriche di Vallico.
Con decreto del Presidente della Repubblica del 19 Maggio del 1950 n. 489 viene cambiato la denominazione del comune di Trassilico con quella di Fabbriche di Vallico.



Fonte: Gallicano News

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mercoledì 29 novembre 2023

I Saisi di Gallicano

Nel 1988 Fiorello Achille Saisi fece una ricerca sul cognome Saisi dal titolo "I Saisi, forestieri a Gallicano". Queste furono le sue conclusioni (pag. 22):


Da quanto descritto, ricercato e documentato, emerge una verità attendibile: i Saisi di Verni erano veramente Forestieri (stranieri). Verni non rappresentò un approdo stabile, tant'è che si portarono a Gallicano e pagarono per secoli la tassa di stranieri o forestieri che dir si voglia. Questi Saisi non potevano provenire dalla Lucchesia.
Il loro cognome riportato alla francese, Saise - de Saise - Saisse, nei vari documenti, credo possa testimoniare una provenienza da territori di lingua francese. La presenza dei Saisi a Nizza mi conforta in questa ipotesi.

Il 1400, con intuizione supportata dalla ricerca, è stato con buona probabilità il secolo dell'emigrazione da Nizza a Verni. Come e per quale ragione rappresentanti di questa famiglia si stabilirono a Verni è di difficile interpretazione. Azzardo un'ipotesi suggestiva: i Saisi potrebbero essere venuti in Italia come soldati del ducato di Savoia al seguito di Carlo VIII. Ripeto, è un'ipotesi suggestiva, ma verosimile.

La ricerca ci ha fatto scoprire anche il blasone o stemma del casato e questo non è poco. Al lume di quanto esposto, da oggi i Saisi possono assumere come arma della casata lo scudo « d'azzurro a tre foglie di semprevivi d'oro nutriti sulla vetta d'una roccia di tre cime al naturale e sormontata in capo da una stella d'oro ». Conviene altresì sottolineare che i colori della casata sono l'azzurro (alla Savoia) ed il giallo oro.

Desidero terminare ricordando a tutti i Saisi di Gallicano la loro nobile ed antica origine, degna di blasone e di rispetto. Lunga vita a questa stirpe.

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mercoledì 12 aprile 2023

"I 100 anni del Ponte dei Sospiri - Il Ponte di Gallicano" di Paolo Marzi

A breve uscirà un nuovo libro di Paolo Marzi, "I 100 anni del Ponte dei Sospiri- Il Ponte di Gallicano” edito Tralerighe libri editore. 


Sarà un libro che racconta della nascita di un ponte, il Ponte di Gallicano, l’infrastruttura fra le più importanti che mai siano state costruite nel Comune. Infatti non era un semplice ponte come tanti ne esistono, era la via che serviva per raggiungere il mezzo di locomozione più veloce che a quel tempo esisteva: il treno. Sono passati 100 anni da quel 20 maggio 1923, la stazione di Barga- Gallicano esisteva già dal 1911. Ci vollero ben tre sindaci e dodici anni perché venisse costruito quel ponte e la strada che permisero al paese di svilupparsi commercialmente e che apportò anche un miglioramento nella vita della persona stessa. Un ponte quindi bramato e desiderato da tutti quei luoghi che stavano sulla riva opposta della stazione. Un’attesa tanto lunga e tribolata che gli valse il soprannome de “Il Ponte dei Sospiri”. 

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martedì 21 febbraio 2023

Piazza di Scarico

Dal quaderno dei ricordi di Fiorello Saisi: Piazza di Scarico.


Lungo la strada per Molazzana c'era un muro, iniziava dove inizia la strada che va alla RSA della Misericordia e finiva dove è il cancello d'ingresso della Dott.ssa Baldacci (adesso ci sono diverse costruzioni). 

Attaccate e murate nel muro, c'erano degli anelli di ferro di circa 10 cm di diametro, si chiamavano campanelle. Servivano per legarci i muli. 

In Piazza, in mezzo ai platani, parcheggiavano i barrocci ed i giorni di mercato erano tutti pieni. I platani circondavano tutta la piazza, sia lato strada Molazzana, sia lato via G. Pascoli. La strada e la piazza, naturalmente, non erano asfaltate.

Per noi ragazzi, la Piazza era il nostro campo per giocare a calcio. Usciti da scuola, quasi sempre, andavano a disputare accanitissime partite che finivano con "amichevoli" scazzottate.

Per le porte, usavamo le cartelle, di solito ex cassette di lamiera dell'esercito Americano (quella per i nastri delle mitragliatrici) e per pallone il fodero di tela delle borracce (sempre USA) riempite di carta e/o foglie di granturco.

Uno sport che andava per la maggiore era salire sui platani e fare il giro della Piazza senza scendere. Ricordo che i campioni di questo sport erano l'Adolfo del Moco (ora presidente della Misericordia) e il Demetrio (ora a Torino).


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mercoledì 25 gennaio 2023

"Tiro alla Fune" anni '70 - L'imbattibile squadra di Gallicano


L'imbattibile squadra di Gallicano del "Tiro alla Fune" degli anni '70.
Capocorda Carlo Fabbri, a seguire Romano Bertoncini, Vittorio Salotti, Franco Simonini, Ferruccio Bertoli e Raffaello Moni.

Foto di Ferruccio Bertoli

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lunedì 16 gennaio 2023

La Pieve di San Cassiano - Gallicano (LU)

La pieve di Gallicano, intitolata ai Santi Cassiano e San Giovanni Battista, era situata sulla sponda destra del Serchio e comprendeva la zona fra il fiume e le Alpi Apuane, da Cascio a Gioviano. È certo che la scelta del luogo dove fu costruita la Pieve non fu sicuramente casuale. 



Plausibilmente si trovava molto vicina ad una delle strade più importanti della regione lucchese, la via Clodia, che collegava Lucca con Parma. 
Il tratto di strada di nostro interesse scendeva da Valico e attraversando il Monte di Gragno arrivava a Gallicano, era quindi facilmente raggiungibile dai Vici (paesi) circostanti. Il primo documento che la ricorda è dell'anno 997 e riguarda l'allivellazione (ripartizione) dei beni e delle decime della pieve.
Questo è l'elenco di allora delle Ville di San Cassiani de Gallicano: Virgemulo, Marciana, Burciano, Mulatiano, Cassio, Vitiano, Planitie, Elio, Galicano, Guarfine, Bulignano, Grimiano, Cardoso, Buslagno, Sartuiano, Guniano, Casa Vecchia, Cerrito, Valivo, Alio Valivo, Traserica, Liverni, Spulitiano. 
Anche nell'anno 845 viene citata indirettamente per atti riguardanti Cascio, che era una delle ville di questa pieve. La chiesa della Pieve, situata fuori di Gallicano per più di mezzo miglio, era ancora funzionante nella prima metà del secolo XIV, ma per la sua fatiscenza e forse per motivi di sicurezza venne abbandonata nel 1359. All'inizio la pieve era conosciuta con il solo titolo di San Cassiano, poi nel X secolo .aggiunse, come del resto tutte le pievi, il nome di San Giovanni Battista verosimilmente per disposizione dell'autorità ecclesiastica superiore. 
Non esistono documenti autentici che accennino all'anno della sua fondazione. Se però nei secoli IV e V avvenne la grande diffusione del Cristianesimo nelle campagne, è presumibile che la Pieve di Gallicano, come le altre pievi garfagnine, sia stata edificata in quel periodo.

Fonte: pannello descrittivo nei pressi della Pieve

Questo il percorso per raggiungere la Pieve di San Cassiano

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