martedì 31 marzo 2026

Da Aprile 2026 arriva il nuovo porta a porta. Calendario Gallicano



 

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Oggi, Sabato, si fa il pane

Dall'archivio della mia nonna Anita
 


Il Marino ha riportato un sacco di farina, macinando il grano dell’anno, nel mulino ad acqua. È stato vuotato nel “suppiano”, ora colmo di bianca polvere soffice come neve.
È venerdì pomeriggio: la massaia apre la grande bocca della madia, vi immette la “capretta”, una specie di trespolo di legno che sostiene lo staccio, e comincia a mettere in quest’ultimo palettate di farina.
Prima di iniziare l’operazione di dividere il “fiore” dalla semola, si è messa in testa un fazzolettone, che le copre capelli ed orecchi, ha indossato un grande “pannello” e si è rimboccata le maniche fin oltre il gomito. Ha inizio la frenetica danza dello staccio, che solleva, nella sua corsa avanti e indietro sulla capretta, nuvole bianche di polvere quasi impalpabile, che si depositano dappertutto, creando scene di un mondo polveroso da “La Bella Addormentata”. Ma non si dorme, oh, no!
Dopo questa prima operazione, si deve sciogliere il “presame”, cioè il lievito messo da parte la settimana precedente. Basta acqua calda leggermente salata, e una veloce pressione delle dita. Ridotto così a densa crema, si allunga con altra acqua e si comincia ad intridere la farina.
Si prepara un bel panetto, che dovrà lievitare per cinque ore e più, a seconda della stagione. La prima parte del lavoro è fatta, ed ora si deve solo aspettare. Chi vuole adoperare meno farina di grano, per ragioni puramente economiche, prepara ben cotta, una morbida polentina di granturco, od un bel purè di patate, che aggiunto al primo impasto, renderà in quantità, in gusto, e in economia.
Sono ormai le cinque del mattino del sabato: ecco la massaia ad impastare altra farina od... additivi vari, al primo panetto che nel frattempo è quintuplicato di volume; altra acqua tiepida e tanta, tanta forza di braccia per afferrare, stringere, sbattere la pasta dentro la madia, fin quando diventi elastica, soffice, morbida, quasi viva sotto le mani esperte, che l’accarezzano, la strapazzano, la sciorinano e la raccolgono con fermezza, ma anche con amore.
La pasta sembra gonfiarsi poco alla volta.
Allora la massaia la divide in tanti piccoli pezzi, dà loro una forma ovale e li pone, uno accanto all’altro, ma ben distanziati, su tavole di legno, coperte da bianchi teli, fragranti di ranno e di alloro.
Su ogni pane, quasi a santificare il cibo, o forse, molto meno poeticamente a sollecitare la lievitazione (ma io preferisco la prima ipotesi) fa con un coltello un segno di croce; ricopre tutti i pani, aggiunge una coperta di lana, e, dato che sono quasi le otto, si dispone ad accendere il forno.
Qui ritorna in gioco la perizia dell’operatrice, perché anche questo lavoro va fatto da mani esperte e da occhio attento.
Dato che il forno è costruito con mattoni refrattari, con una intercapedine di carbone fossile, raccolto alla Stazione Ferroviaria, per portarlo al punto giusto di calore, bisogna far fuoco in modo omogeneo e costante, perché il caldo entri bene nei mattoni, i quali lo dovranno restituire lentamente, ma a lungo. E così le fascine si alternano ai randoletti, ai ciocchetti. La bocca del forno deve essere chiusa ermeticamente con la piastra di ferro, il forno deve essere ben spazzato con la granata di mortella. Non possedendo un termostato, si sa che la temperatura è giusta, quando la volta del forno è diventata di un bianco lattiginoso ed uniforme.
Pulito bene il forno, si provvede a mettere dentro il pane.
Nel frattempo, le pagnotte sono triplicate di volume e la bocca aperta dai tagli in croce ci dice che è stata una buona lievitatura. Le pagnotte vengono adagiate, con delicatezza e rispetto, sulla pala, e fatte dolcemente scivolare dentro, una accanto all’altra, con gesti quasi rituali.
La massaia sembra una Sacerdotessa pagana, che attende a un rito propiziatorio. Tutte, meno una, le pagnotte sono informate. All’ultima è riservato un trattamento speciale: un poco di zucchero, un po’ d’uva passa, ed ecco il pan dolce per la gioia dei più piccini!
Dopo una mezz’oretta, ci si deve render conto di come procedono le cose: una sbirciatina veloce dentro il forno, e se è il caso, una rovesciata a quella pagnotta che non è ancora ben colorita, poi di nuovo, attesa!
È passata ormai quasi un’ora e un quarto: nell’aria si spande un profumo di sole, di vita, di giovinezza, di lavoro: il pane esce, croccante e dorato, dal forno, e le mani della massaia lo raccolgono con tenerezza, lo soppesano, e lo depongono nella gran cesta a raffreddare. Verrà portato, poi, nella madia, messo in bell’ordine, accanto al misero mucchietto di “presame” scansato per il prossimo sabato.
Ma sarà da quel grumo informe che fioriranno tante pagnotte.
La madia si richiude, quasi nascondendo il suo tesoro, e la famiglia si sfamerà per una intera settimana.

Gallicano, 29 Giugno 1987

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lunedì 30 marzo 2026

giovedì 26 marzo 2026

La figura del Mulattiere

Dall'archivio della mia nonna Anita

IL MULATTIERE NON ERA ………………



Il mulattiere non era il marito della mulattiera, la snella stradina che serpeggiava, piena di luci ed ombre, di curve sinuose, di ardite impennate, di molli discese, di aspri crinali, su su, inerpicantesi verso le cime delle collinette, fino ai più remoti casolari, ai paesini da Presepe, tra selve e campetti, a precipizio sulla vallata.
C’era da domandarsi se, su quei praticelli, le galline che razzolavano, avessero il panierino legato dietro, per non far ruzzolare le uova fino in fondo, fino alla strada comunale, che si snodava come un nastro bianco, tra la Turrite e le grotte dell’Eremita.
Il mulattiere era dunque l’uomo forte e salcigno che, guidando le sue mule, percorreva, anche varie volte al giorno, per i dodici mesi dell’anno, quelle ripide solitarie vie, tracciate dal tempo e dal passo dell’uomo, senza piani regolatori comunali, o studi approfonditi di geologia applicata.
A Gallicano tutti li conoscevano: il Tarpone, il Biondo, l’Oliviero, l’Assunta del Porro, il Vanni, e tanti altri.
Questo mestiere comportava onestà, memoria, capacità di vendere e di acquistare, perché il mulattiere era l'"addetto alle pubbliche relazioni”, l’anello di congiunzione tra il paese e le frazioni, le case sparse sui crinali delle montagne.
Scendevano di prima mattina, la prima volta, con i loro muli carichi di legna, di sacchi di farina e di patate, di barili di vino; castagne fresche e secche, insaccati di maiale; in una grande sacca riponevano le lettere da impostare, se non passava la postina, e l’elenco di tutta la merce da acquistare in paese.
Erano incaricati a svolgere tutte le incombenze, dall’acquisto di oggetti per la casa, per i lavori agricoli, ai contatti con il medico di condotta e la levatrice, al rifornimento di tutto ciò che non si trovava nei paesini, dal sale alle verdure, dalla pasta allo zucchero e al caffè, dai chiodi ai tessuti, alle medicine, ai giornali, a tutto quello che serviva per la sopravvivenza di una piccola comunità.
Caricavano i muli e risalivano faticosamente su per i greppi, sfidando tutte le intemperie, riportando, in quella briciola di mondo, la voce della civiltà.
A dorso del mulo saliva anche il Dottore che si recava dai suoi rari ammalati e la Levatrice Comunale, che portava il suo aiuto alle molte gestanti. A volte, attaccata alla coda del mulo,
saliva anche la maestra, che si teneva a debita distanza per evitare qualche doccetta fuori programma, o il regalo, caldo, di una “ciotta”.
La figura del mulattiere è definitivamente scomparsa da quando le strade si sono trasformate da mulattiere a carrozzabili, ed il mite, poderoso animale è stato sostituito da motocarri e trattori.

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lunedì 23 marzo 2026

Referendum costituzionale 2026: anche a Gallicano prevale il NO

Anche nel Comune di Gallicano il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 conferma il trend nazionale: è il NO a prevalere, seppur con uno scarto contenuto.

A scrutinio completato in tutte le sei sezioni del territorio comunale, il NO si attesta al 51,24%, mentre il SI si ferma al 48,76%. In termini assoluti, i voti contrari sono stati 947, contro i 901 favorevoli.

Affluenza e dati generali

La partecipazione è stata significativa: su 2.829 elettori, hanno votato 1.862 cittadini, pari al 65,82%. Le schede nulle sono state 7, così come le schede bianche (7), mentre non si registrano schede contestate.

Il dettaglio delle sezioni

Il risultato complessivo è il frutto di un voto piuttosto equilibrato nelle varie sezioni:

  • Sezione 1: prevale il SI (53,78%)
  • Sezione 2: prevale il NO (52,80%)
  • Sezione 3: leggero vantaggio del NO (50,31%)
  • Sezione 4: NO al 50,81%
  • Sezione 5: NO netto al 61,74%
  • Sezione 6: prevale il SI (51,22%)






Un risultato in equilibrio

Il dato di Gallicano evidenzia una comunità spaccata quasi a metà sul quesito referendario, con differenze anche sensibili tra le varie zone del territorio. Decisiva, in particolare, la Sezione 5 (Cardoso), dove il NO ha ottenuto il risultato più netto.

Nel complesso, il voto conferma un clima di confronto acceso ma partecipato, con un’affluenza elevata che dimostra l’interesse dei cittadini per il tema costituzionale.

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domenica 15 marzo 2026

venerdì 6 marzo 2026

Riaperto dopo oltre trent’anni il sentiero del Garfagnana Trekking tra Foce di Eglio e Cornola di Sotto

Giornata significativa per il territorio della Garfagnana. È stato riaperto un tratto storico del Garfagnana Trekking, chiuso da oltre trent’anni: il collegamento tra Foce di Eglio e Cornola di Sotto, riportato oggi alla fruibilità grazie a un intervento congiunto dell’Associazione Garfagnana EPIC e del gruppo degli “Amici dell’Alpe”.








Le due realtà hanno lavorato fianco a fianco per ripristinare il percorso, restituendo al territorio un itinerario escursionistico di grande valore paesaggistico e storico. A conclusione dei lavori, gli “Amici dell’Alpe” hanno inoltre offerto un momento conviviale presso il Rifugio dell’Alpe, sottolineando ancora una volta l’importanza della collaborazione tra associazioni e volontari.



La riapertura del sentiero rappresenta un passo rilevante per la valorizzazione della rete escursionistica locale e conferma il ruolo determinante del volontariato nel preservare e far respirare nuovamente i sentieri della Garfagnana.

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lunedì 2 marzo 2026

La "cena degli auguri" in Pania, una tradizione che continua a vivere

Ci sono appuntamenti che non sono semplici eventi, ma veri e propri riti collettivi.
La salita natalizia al Rifugio Rossi alla Pania, organizzata dalla Sezione CAI Garfagnana, è uno di questi.

Da oltre vent’anni questo momento unisce escursionisti, amici e appassionati della montagna apuana in una serata che è insieme memoria, natura, comunità e condivisione. Un’esperienza che racconta molto più di una semplice escursione: racconta l’identità di un territorio e il legame profondo con le sue montagne.

Il Corriere di Garfagnana ha dedicato a questa tradizione un articolo firmato da Feliciano Ravera, che ripercorre emozioni, nomi, volti e significati di una serata speciale.

Lo pubblico integralmente qui sotto.




Una serata speciale della sezione CAI Garfagnana al Rifugio "Rossi" alla Pania

È ormai consuetudine ventennale ritrovarsi, in occasione del Natale, al rifugio Enrico Rossi alla Pania per scambiarsi gli auguri e salire alla vetta della Pania della Croce, detta la Regina delle Apuane, a m. 1.859 s.l.m., in attesa del tramonto del sole sull’orizzonte marino del nostro mar Tirreno. 
Più che un ritrovo conviviale, questo giorno che precede di poco il S. Natale, è divenuto una tradizione, un evento a cui non poter mancare, un momento speciale che a più di 20 anni dal suo esordio porta con sé ricordi, aneddoti e sentimenti che commuovono. 
Ovviamente, se vogliamo, si tratta di una soluzione d’inverno: l’evento non è così semplice da realizzarsi, ma è in questo caso al contrario della normalità, la mancanza di neve ha sempre penalizzato il raduno degli appassionati, mentre la presenza della coltre bianca lo ha sempre incentivato e reso speciale grazie alla magica atmosfera che crea in montagna apuana. 
Poi l’attesa del tramonto in vetta, spesso allietata dallo stappare di qualche bottiglia di Prosecco, è un po’ come sublimare. Per noi, abituati ai fondi valle umidi e si prolungano verso la valle del Serchio sino a stagliarsi sul versante appenninico dominato dalla cuspide bianca del Monte Cimone. 
Ecco che le prime luci sul fondo valle si accendono, creando una sorta di presepe diffuso, nel cielo un insieme di colori si mescolano, si sfumano tra cilestrini e rosati che “vincono” il cuore come nei naviganti. Il gruppo di alpinisti si ritrova intorno alla grande Croce di ferro che si erge sulla vetta più frequentata delle Alpi Apuane, i più ardimentosi salendo dalle aeree balze rocciose della cresta Est. I più cauti dal Vallone dell’Inferno raggiungono il Callare che si affaccia sulle foci di Mosceta. 
Con il calare delle tenebre e il brillare delle città sottostanti, lo sguardo spazia dalle luci di Livorno a quelle di La Spezia nelle condizioni atmosferiche più fortunate, dalle montagne dell’Appennino tosco-emiliano sino alle Alpi Marittime ed al Monviso con i suoi m. 3.841, il più alto delle Alpi Cozie. 
Un incanto che vale la pena di vedere almeno una volta nella vita anche per i non addetti ai lavori. L’escursione non è pericolosa, neppure di notte grazie alle moderne lampade frontali che garantiscono un’ottima illuminazione del sentiero per tutto il percorso. Ma giunta l’ora di scendere al rifugio per la cena dove si uniscono anche amici e soci saliti dal Piglionico. 
Quest’anno il gruppo è stato allietato dalla presenza di oltre 40 persone tra cui, ultima ma non per importanza menzionerei, Silvia Bianchini, che ha portato il saluto affettuoso di suo padre dottor Alessandro, abituale partecipante a questo convivio. Inoltre sono stati ricordati i soci CAI e gli amici purtroppo scomparsi in questi anni tra cui: Sergio Dini (il Guzzo), Giancarlo Biagioni (il Fornaretto), Rodolfo De Cesari (il Ceco), Gianfranco Colò (maestro di sci dell’Abetone), Emilio Cavani (il pittore delle Apuane), Riccardo Giorgetti (il biondo), Francesco Angelini (il capogrottista), Salvino Fabris e Damasco Pinelli (soci storici del CAI Garfagnana). La loro presenza spirituale è stata avvertita affettuosamente da tutti i partecipanti con scroscianti applausi. 
La serata si è conclusa con una fiaccolata proposta dal amico Daniele Saisi che si è snodata suggestivamente tra i prati e il bosco della Pania sino a raggiungere il Piglionico. Il gruppo si è salutato con l’auspicio di ritrovarsi tutti il prossimo anno.

Cristoforo Feliciano Ravera

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