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lunedì 22 ottobre 2018

L'anello del Monte Rovaio per il "Sentiero della Libertà"

Un giro ad anello intorno al Monte Rovaio che ripercorre i luoghi dove, nell'agosto del '44, si consumò la famosa battaglia tra i partigiani del gruppo Valanga e l'esercito tedesco. 
Il sentiero è stato inserito nel libro “I sentieri della libertà” (ed.R.C.S. CAI) che raccoglie, a livello nazionale, i percorsi legati alle vicende della resistenza ed è pertanto di interesse storico. 
Itinerario: Alpe di Sant'Antonio - Pasquigliora - Colle a Panestra – Trescola - Bovaio - Pasquigliora - Alpe di Sant'Antonio.


Difficoltà: E - Lunghezza: 7 km - Dislivello: 450 m D+ - Tempo di percorrenza: 2,5 h




Dall'Alpe di Sant'Antonio, poco sopra l'Agriturismo La Betulla (m. 810 slm), imbocchiamo il sentiero CAI 133 che in circa 30 minuti ci porta a Pasquigliora (m. 960 slm). Deviamo a destra per poche decine di metri per visitare la casa di Fosco Maraini (1912 - 2004), abitata in Luglio e Agosto dalla moglie Mieko Maraini. 






A Pasquigliora inizia l'anello del Monte Rovaio, che percorriamo in senso orario.
Svoltiamo quindi a sinistra ed in pochi minuti raggiungiamo Colle a Panestra (m. 998 slm), storico villaggio che rappresentava l’insediamento di maggior consistenza attorno al Rovaio. Oggi alcune case sono state risistemate e sono usate saltuariamente dai proprietari.
Colle a Panestra è dominato da uno spigolo roccioso (Nome del Gesù, m. 1145 slm) che costituisce l’estremità sud-est della cresta del Rovaio.








Da Colle a Panestra un largo e agevole sentiero scende sul versante occidentale del monte Rovaio, e raggiunge rapidamente (700 metri) l’insediamento di Trescola.






Questa era la casa dei partigiani dove “Mamma Viola” accolse e accudì i ragazzi del Gruppo Valanga mettendo a disposizione casa e stalla. Oggi una lapide sulla parete della casa e una bacheca di fronte al rudere della stalla ricordano la storia del luogo e i nomi dei partigiani (clicca qui per la battaglia del Monte Rovaio).



Da qui il sentiero prosegue, facendosi più stretto e con qualche tratto infido e franoso, passa sotto la falesia ovest del Rovaio (placconata di roccia verticale con vecchie vie d’arrampicata chiodate) e in breve raggiunge una grande roccia (incisione rupestre di un pennato non facilmente individuabile) nel punto dove si aprono i piccoli prati piani del Bovaio, sospesi sul vuoto degli strapiombi sulla Val d’Arni e il lago di Isola Santa. 



E’ necessaria una certa attenzione e prudenza evitando di avvicinarsi ai bordi dei prati sugli strapiombi ma piuttosto fermarsi sulla cresta erbosa dove si apre, uno dei migliori panorami sul gruppo delle Panie, col prato della Pania (dove è il rifugio Enrico Rossi del CAI di Lucca) e col profilo dell’Omo Morto (skyline di Prato della Pania, Pania della Croce e Pizzo delle Saette messi insieme che ricorda un gigante di pietra addormentato).





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lunedì 28 agosto 2017

Omaggio alla tomba di Leandro Puccetti

27 agosto 2017 - Omaggio alla tomba di Leandro Puccetti, comandante del Gruppo Valanga, a Gallicano. Foto di Pietro Guidugli.





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sabato 26 agosto 2017

73° anniversario dell’eccidio dei giovani partigiani del “Gruppo Valanga”

Domani, 27 agosto 2017, ricorre il 73° anniversario dell’eccidio dei giovani partigiani del “Gruppo Valanga”.

Stamani ho aiutato Michele e Claudio ad issare la bandiera italiana ed europea nei pressi dello "Spigolo del Gesù".












La battaglia del Monte Rovaio (dal cartello nei pressi di Trescola)

Il 27 agosto una pattuglia tedesca, risalendo da Col di Favilla era giunta all'Alpe di S.Antonio ove erano accampati i partigiani del Gruppo Valanga. Una sentinella partigiana che stava a Colle a Panestra, tale Gualtiero Montanari detto Tarzan, vide o udì la pattuglia e intimò l'alt. 
Poi sparò e uccise un ufficiale tedesco, il Fw Rolf Bachmann (1). La pattuglia si ritirò. Erano le 23,30. 
A quel punto era chiaro che la cosa non sarebbe rimasta senza conseguenze e ci sarebbe stata reazione da parte dei tedeschi. Si è discusso molto su ciò che può essere accaduto in quelle ore. 
E’ evidente che i partigiani si saranno posti il problema di cosa fare. Pare, fra l'altro, che fossero assenti sia in comandante Leandro Puccetti che il vice De Maria. 
Avrebbero potuto abbandonare la zona e rifugiarsi in altro luogo. Oppure rimanere e attendere gli eventi. Ed è ciò che fecero. Ma come maturò questa decisione? 
Qualcuno ha ipotizzato che l'imperizia militare abbia fatto ritenere di poter sostenere l'assalto dei tedeschi. Ma i 36 emiliani fuggiti da Montefiorino una certa esperienza dovevano averla. 
Altri, anche su testimonianza di alcuni sopravvissuti, sostengono che la decisione di rimanere fu presa consapevolmente per non lasciare nelle peste la popolazione civile su cui i tedeschi, non trovando i partigiani, avrebbero potuto sfogare la loro rabbia. Probabilmente c'è del vero in ciascuna della due ipotesi. 
La figura del comandante Puccetti, giovane idealista, e la testimonianza dei superstiti depone a favore della seconda ipotesi. 
Valiensi sostiene questa verità con molto calore, sostenendo che il Gruppo Valanga si adoperò sempre per evitare danni alle popolazioni. Ma il fatto che il gruppo si fosse attestato sul monte Rovaio, facilmente circondabile e, quindi, praticamente senza possibilità di sganciamento, sembra avvalorare anche la prima ipotesi e che essi ritenessero di poter resistere all'attacco tedesco. 
Forse il recente lancio di armi e munizioni li fece sentire più forti di quanto non fossero. Avrebbero, forse, potuto accettare il combattimento e, quindi, scagionare la popolazione, stando in posizione più favorevole e garantendosi delle sicure vie di fuga? 
Non è facile dirlo e, comunque, si tratta, forse, ormai, di congetture oziose. 
Il giorno 28 trascorse tranquillo e Puccetti, rientrato verso le 16, approvò la decisione presa di rimanere sul posto per evitare guai ai civili. Dopo il ritorno all'Alpe, in località Trescala (ritorno avvenuto dopo i fatti di Pania del 13 luglio) Puccetti aveva fatto costruire quattro postazioni per mitragliatrici sul Monte Rovaio, che è un massiccio isolato a sud della valle della Turrite e a nord del Monte Piglionico. 
La postazione A era al centro della cresta del monte, la B (del Bovaio) all'estremità ovest, la C era al di sotto della A, nel versante sud (verso il Piglionico) e la D, quella "del Gesù", all'estremità est, sopra Colle a Panestra. F
u nelle prime ore del 29 , esattamente alle 3,20, che si scatenò l'attacco tedesco (secondo alcuni erano presenti anche truppe della R.S.I. ma la notizia non è documentata. Valiensi, comunque, afferma di aver visto truppe italiane in divisa grigioverde, probabilmente militi della G.N.R., che attaccarono in una zona scoperta e che furono costrette a ritirarsi). 
L'attacco avvenne sia da nord (i tedeschi risalirono dalla valle della Turrite Secca sottostante) che da sud (dalle pendici del monte Piglionico ove erano giunti anche provenendo da Col di Favilla). Una parte degli uomini del Valanga (forse una cinquantina) si era arroccata sulle quattro postazioni, armati la A e la D con Bren e Breda e dieci bombe a mano, la B e la C con la Breda e 10 bombe a mano. 
Bren e Breda avevano 1000 colpi ciascuno e ogni uomo aveva lo Sten. Pare che alcuni uomini del gruppo, definiti poi "volponi", non salissero sul Rovaio. Essi trovarono modo di allontanarsi e di sottrarsi al combattimento. I primi proiettili di una mitragliera da 20 mm giunsero dalla parte di Col di Favilla, in un paesaggio spettrale illuminato dai "bengala". Poi entrarono in funzione altre due mitragliere dalla parte opposta. Infine, all'alba, cominciò anche il fuoco di almeno un mortaio. 
Trescala e la postazione B resistettero poco più di mezz'ora poi gli uomini salirono sulla cresta del monte. La situazione della postazione C, più bassa, si fece presto critica e anche gli uomini di questa postazione si ritirarono sulla vetta del monte. Qui, disposti a piccoli gruppi, facendo fuoco con i fucili mitragliatori Bren, con le mitragliatrici Breda da 6,5 mm e lanciando bombe a mano, i partigiani si difesero strenuamente per alcune ore. 
Ma il monte era bersagliato con mortai (pare non si trattasse di veri e propri mortai bensì di piccoli lanciabombe) e i tedeschi, sia pur lentamente, continuavano a salire e a stringere il cerchio. Gli uomini continuavano a cadere ad uno ad uno e, a un certo punto, i tedeschi raggiunsero la cresta dopo aver distrutto la postazione D. 
Allora fu chiaro che non era più possibile resistere. Erano circa le ore 10 quando Puccetti lanciò il "si salvi chi può" e i pochi superstiti cercarono di attraversare l'accerchiamento tedesco buttandosi in un canalone scosceso sul lato nord e nascondendosi fra i cespugli. Molti morirono durante la fuga (mentre si gettavano nel canalone erano sotto il fuoco delle mitragliere), uno, Sassi Renzo, pare si sia ucciso, un altro, Olivieri Rubino, fu catturato e, pare, fucilato, ma di lui non si seppe più nulla. 
Tuttavia qualcuno si salvò. Il Puccetti fu fra questi, ma aveva una grossa ferita all'addome. Un partigiano che si era salvato con lui raggiunse un paese vicino e chiese aiuto. Alcuni uomini (o forse alcune donne) andarono, raccolsero il Puccetti (ma era rimasto 36 ore nascosto in una grotta) e lo portarono in una località presso Sassi detta "Taso", poi, sotto falso nome (Pietro Marinari) e falsa diagnosi (peritonite generalizzata da probabile perforazione appendicolare), lo portarono all'Ospedale di Castelnuovo. Ma non fu possibile salvarlo e il 3 settembre morì. 
Il bilancio fu terribile. I morti partigiani furono 18 più il Puccetti, circa un terzo del gruppo (2). Dei 19 caduti 9 appartenevano al gruppo degli emiliani, 3 erano meridionali e 7 lucchesi. 
Tutti si erano battuti con molto coraggio. E molti furono i feriti. Non sono note le perdite tedesche ma pare che qualcuno abbia visto diversi caduti portati a valle dai commilitoni mentre alcuni abitanti della zona assicurano che non ebbero perdite. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. 
Fu questo l'episodio più sanguinoso e il combattimento più impegnativo sostenuto dai partigiani in Garfagnana. E il gruppo "Valanga" visse un momento di grande sbandamento. A fatica il già vice-comandante del gruppo, Mario De Maria, riuscì a riunire a Vergemoli alcuni superstiti. Comunque il gruppo continuò ad esistere e ad operare.

NOTE 
1) Ci sono incertezze su questo nome. Il Guidi, infatti, (op.cit.pag 122) riporta il nome Bachmann basandosi sul fatto che nel Comune di Molazzana risulta la morte di questo tedesco in località Alpe di S.Antonio e in data 27.8.44. Valiensi, però, assicura di aver letto sul piastrino e sui documenti del tedesco morto il nome Hotzmann. 

2) Ecco il nome dei caduti: Puccetti Leandro di Gallicano (LU), Bruni Ettore di Castelfranco Emilia, Sassi Renzo di Modena, Bergamini Edoardo di Bomporto (MO), Bertoni Mario di Molazzana (LU), Borro Giovanni di Barrafranca (Enna), Borsi Remo di Malalbergo (BO), Bucci Sergio di Roma, Cipriani Pasquale di Vergemoli (LU), Davini Mario di S.Maria del Giudice (LU), Francesco detto il Napoletano di Albanova (Caserta), Lorenzoni Renato di Anzola d'Emilia (BO), Olivieri Rubino di Zocca (MO), Pierantoni Walter da Bologna, Pieroni Lauro di Molazzana (LU), Puccetti Gabriele di Gallicano (LU), Rusticelli Aldo di S.Giovanni in Persiceto (BO), Tognoli Ferruccio di Malalbergo (BO), Venturelli Mario di Molazzana (LU).

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mercoledì 4 gennaio 2017

L' altra faccia del mito. Diario di guerra del Gruppo Valanga. Garfagnana 1944

Sabato 14 gennaio alle ore 15,30 presso la biblioteca comunale (Ciaf piazza S. Giovanni) a Gallicano (LU) si terrà la presentazione del libro “L’altra faccia del mito” di Silvano Valiensi e Pietro Petrocchi.

 
 
"Due partigiani che combattono nel gruppo "Valanga" agli ordini del comandante Leandro Puccetti, scrivono delle loro esperienze. Dall'entrata in formazione alle prime azioni, fino al tragico 29 agosto 1944 quando nella battaglia del Monte Rovaio contro i tedeschi, la formazione perde diciannove dei suoi aderenti. In questo libro Pietro Petrocchi cristallizza i propri ricordi nell'autunno del 1944, Silvano Valiensi scrive successivamente, quando la Resistenza mostra il suo volto umano, tra fragilità, debolezze e paure, e si scontra con la realtà di quella " zona grigia" composta da chi decise di non scegliere..."

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venerdì 28 agosto 2015

29 agosto 2015: 71° anniversario dell’eccidio dei giovani partigiani del “Gruppo Valanga”

Domani, 29 agosto 2015, ricorre il 71° anniversario dell’eccidio dei giovani partigiani del “Gruppo Valanga”.

Oggi, mentre percorrevo il "Sentiero della Libertà" attorno al Monte Rovaio, ho incontrato Michele e Claudio ed ho avuto l'onore di aiutarli ad issare la bandiera italiana ed europea nei pressi dello "Spigolo del Gesù".

Località Piglionico 
Località Trescola
Sentiero della Libertà
Daniele e Claudio 
Michele e Claudio
Località Colle Panestra

La battaglia del Monte Rovaio (dal cartello nei pressi di Trescola)

Il 27 agosto una pattuglia tedesca, risalendo da Col di Favilla era giunta all'Alpe di S.Antonio ove erano accampati i partigiani del Gruppo Valanga. Una sentinella partigiana che stava a Colle a Panestra, tale Gualtiero Montanari detto Tarzan, vide o udì la pattuglia e intimò l'alt. 
Poi sparò e uccise un ufficiale tedesco, il Fw Rolf Bachmann (1). La pattuglia si ritirò. Erano le 23,30. 
A quel punto era chiaro che la cosa non sarebbe rimasta senza conseguenze e ci sarebbe stata reazione da parte dei tedeschi. Si è discusso molto su ciò che può essere accaduto in quelle ore. 
E’ evidente che i partigiani si saranno posti il problema di cosa fare. Pare, fra l'altro, che fossero assenti sia in comandante Leandro Puccetti che il vice De Maria. 
Avrebbero potuto abbandonare la zona e rifugiarsi in altro luogo. Oppure rimanere e attendere gli eventi. Ed è ciò che fecero. Ma come maturò questa decisione? 
Qualcuno ha ipotizzato che l'imperizia militare abbia fatto ritenere di poter sostenere l'assalto dei tedeschi. Ma i 36 emiliani fuggiti da Montefiorino una certa esperienza dovevano averla. 
Altri, anche su testimonianza di alcuni sopravvissuti, sostengono che la decisione di rimanere fu presa consapevolmente per non lasciare nelle peste la popolazione civile su cui i tedeschi, non trovando i partigiani, avrebbero potuto sfogare la loro rabbia. Probabilmente c'è del vero in ciascuna della due ipotesi. 
La figura del comandante Puccetti, giovane idealista, e la testimonianza dei superstiti depone a favore della seconda ipotesi. 
Valiensi sostiene questa verità con molto calore, sostenendo che il Gruppo Valanga si adoperò sempre per evitare danni alle popolazioni. Ma il fatto che il gruppo si fosse attestato sul monte Rovaio, facilmente circondabile e, quindi, praticamente senza possibilità di sganciamento, sembra avvalorare anche la prima ipotesi e che essi ritenessero di poter resistere all'attacco tedesco. 
Forse il recente lancio di armi e munizioni li fece sentire più forti di quanto non fossero. Avrebbero, forse, potuto accettare il combattimento e, quindi, scagionare la popolazione, stando in posizione più favorevole e garantendosi delle sicure vie di fuga? 
Non è facile dirlo e, comunque, si tratta, forse, ormai, di congetture oziose. 
Il giorno 28 trascorse tranquillo e Puccetti, rientrato verso le 16, approvò la decisione presa di rimanere sul posto per evitare guai ai civili. Dopo il ritorno all'Alpe, in località Trescala (ritorno avvenuto dopo i fatti di Pania del 13 luglio) Puccetti aveva fatto costruire quattro postazioni per mitragliatrici sul Monte Rovaio, che è un massiccio isolato a sud della valle della Turrite e a nord del Monte Piglionico. 
La postazione A era al centro della cresta del monte, la B (del Bovaio) all'estremità ovest, la C era al di sotto della A, nel versante sud (verso il Piglionico) e la D, quella "del Gesù", all'estremità est, sopra Colle a Panestra. F
u nelle prime ore del 29 , esattamente alle 3,20, che si scatenò l'attacco tedesco (secondo alcuni erano presenti anche truppe della R.S.I. ma la notizia non è documentata. Valiensi, comunque, afferma di aver visto truppe italiane in divisa grigioverde, probabilmente militi della G.N.R., che attaccarono in una zona scoperta e che furono costrette a ritirarsi). 
L'attacco avvenne sia da nord (i tedeschi risalirono dalla valle della Turrite Secca sottostante) che da sud (dalle pendici del monte Piglionico ove erano giunti anche provenendo da Col di Favilla). Una parte degli uomini del Valanga (forse una cinquantina) si era arroccata sulle quattro postazioni, armati la A e la D con Bren e Breda e dieci bombe a mano, la B e la C con la Breda e 10 bombe a mano. 
Bren e Breda avevano 1000 colpi ciascuno e ogni uomo aveva lo Sten. Pare che alcuni uomini del gruppo, definiti poi "volponi", non salissero sul Rovaio. Essi trovarono modo di allontanarsi e di sottrarsi al combattimento. I primi proiettili di una mitragliera da 20 mm giunsero dalla parte di Col di Favilla, in un paesaggio spettrale illuminato dai "bengala". Poi entrarono in funzione altre due mitragliere dalla parte opposta. Infine, all'alba, cominciò anche il fuoco di almeno un mortaio. 
Trescala e la postazione B resistettero poco più di mezz'ora poi gli uomini salirono sulla cresta del monte. La situazione della postazione C, più bassa, si fece presto critica e anche gli uomini di questa postazione si ritirarono sulla vetta del monte. Qui, disposti a piccoli gruppi, facendo fuoco con i fucili mitragliatori Bren, con le mitragliatrici Breda da 6,5 mm e lanciando bombe a mano, i partigiani si difesero strenuamente per alcune ore. 
Ma il monte era bersagliato con mortai (pare non si trattasse di veri e propri mortai bensì di piccoli lanciabombe) e i tedeschi, sia pur lentamente, continuavano a salire e a stringere il cerchio. Gli uomini continuavano a cadere ad uno ad uno e, a un certo punto, i tedeschi raggiunsero la cresta dopo aver distrutto la postazione D. 
Allora fu chiaro che non era più possibile resistere. Erano circa le ore 10 quando Puccetti lanciò il "si salvi chi può" e i pochi superstiti cercarono di attraversare l'accerchiamento tedesco buttandosi in un canalone scosceso sul lato nord e nascondendosi fra i cespugli. Molti morirono durante la fuga (mentre si gettavano nel canalone erano sotto il fuoco delle mitragliere), uno, Sassi Renzo, pare si sia ucciso, un altro, Olivieri Rubino, fu catturato e, pare, fucilato, ma di lui non si seppe più nulla. 
Tuttavia qualcuno si salvò. Il Puccetti fu fra questi, ma aveva una grossa ferita all'addome. Un partigiano che si era salvato con lui raggiunse un paese vicino e chiese aiuto. Alcuni uomini (o forse alcune donne) andarono, raccolsero il Puccetti (ma era rimasto 36 ore nascosto in una grotta) e lo portarono in una località presso Sassi detta "Taso", poi, sotto falso nome (Pietro Marinari) e falsa diagnosi (peritonite generalizzata da probabile perforazione appendicolare), lo portarono all'Ospedale di Castelnuovo. Ma non fu possibile salvarlo e il 3 settembre morì. 
Il bilancio fu terribile. I morti partigiani furono 18 più il Puccetti, circa un terzo del gruppo (2). Dei 19 caduti 9 appartenevano al gruppo degli emiliani, 3 erano meridionali e 7 lucchesi. 
Tutti si erano battuti con molto coraggio. E molti furono i feriti. Non sono note le perdite tedesche ma pare che qualcuno abbia visto diversi caduti portati a valle dai commilitoni mentre alcuni abitanti della zona assicurano che non ebbero perdite. La verità, probabilmente, sta nel mezzo. 
Fu questo l'episodio più sanguinoso e il combattimento più impegnativo sostenuto dai partigiani in Garfagnana. E il gruppo "Valanga" visse un momento di grande sbandamento. A fatica il già vice-comandante del gruppo, Mario De Maria, riuscì a riunire a Vergemoli alcuni superstiti. Comunque il gruppo continuò ad esistere e ad operare.

NOTE 
1) Ci sono incertezze su questo nome. Il Guidi, infatti, (op.cit.pag 122) riporta il nome Bachmann basandosi sul fatto che nel Comune di Molazzana risulta la morte di questo tedesco in località Alpe di S.Antonio e in data 27.8.44. Valiensi, però, assicura di aver letto sul piastrino e sui documenti del tedesco morto il nome Hotzmann. 

2) Ecco il nome dei caduti: Puccetti Leandro di Gallicano (LU), Bruni Ettore di Castelfranco Emilia, Sassi Renzo di Modena, Bergamini Edoardo di Bomporto (MO), Bertoni Mario di Molazzana (LU), Borro Giovanni di Barrafranca (Enna), Borsi Remo di Malalbergo (BO), Bucci Sergio di Roma, Cipriani Pasquale di Vergemoli (LU), Davini Mario di S.Maria del Giudice (LU), Francesco detto il Napoletano di Albanova (Caserta), Lorenzoni Renato di Anzola d'Emilia (BO), Olivieri Rubino di Zocca (MO), Pierantoni Walter da Bologna, Pieroni Lauro di Molazzana (LU), Puccetti Gabriele di Gallicano (LU), Rusticelli Aldo di S.Giovanni in Persiceto (BO), Tognoli Ferruccio di Malalbergo (BO), Venturelli Mario di Molazzana (LU).

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lunedì 12 maggio 2014

“Faccio versi così come si canta…” di Silvano Valiensi. La Garfagnana in trecento poesie


Sabato 17 maggio 2014 alle ore 15,30 presso la Sala consiliare del Comune di Gallicano, Unione Comuni Garfagnana e Amministrazione comunale presenteranno l’uscita del volume di Silvano Valiensi “Faccio versi così come si canta…”, nuovo capolavoro di spirito locale pubblicato all’interno della Banca dell’Identità e della Memoria in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca.

Le poesie di Silvano Valiensi sono parte della memoria del nostro territorio raccontando la Garfagnana in tutti i suoi aspetti: luoghi, personaggi, abitudini, avvenimenti. In una raccolta di oltre trecento poesie, su cui Mario Lena ha operato una difficile selezione, si attraversa oltre un ventennio di storia di questa Valle, raccontata con ironia, spesso in un dialetto allegro, canzonatorio. Tutta un’umanità emerge dai versi di Silvano Valiensi, con i sui difetti, le sue speranze, le sue delusioni.

E non manca il riferimento al suo passato di partigiano, nel gruppo Valanga, e il ricordo dei compagni morti, 

… Cari compagni miei, tutti ventenni,
caduti fra le rocce, in mezzo al timo
e alle gialle ginestre, arsi dal sole,
con sulle labbra spente, le parole:
‘Ho dato tutto per la Libertà’. 

C’è un grande amore per la natura e la bellezza di questa terra, per i suoi profumi, la magia delle stagioni, la bellezza delle montagne di cui era assiduo frequentatore e dove salendo 

…D’estate, sotto il sole mi bruciavo; 
d’inverno, fra le raffiche del vento,
fra la tormenta e il ghiaccio, ero contento;
di tutto il resto mi dimenticavo…

In molti versi c’è una nostalgia struggente per un mondo passato, più semplice: per il suo paese e la sua scuola. 

Sapeimo legge e scrive gnente male
e ‘n più vangà ‘na porca e segà ‘l fieno..

Il Presidente Mario Puppa: “Questa raccolta di poesie rappresenta per la Banca dell’Identità e della Memoria della Garfagnana un’opera importante in cui molti potranno ritrovare e altri conoscere un passato della nostra terra, non tanto lontano, ma che sta scomparendo. Siamo grati alla famiglia Valiensi, che le ha messe a disposizione, in particolare la nipote Martina, custode delle poesie, che vogliamo sentitamente ringraziare.”

Interverranno alla presentazione Maria Stella Adami, Sindaco del Comune di Gallicano, Mario Puppa, Presidente dell’Unione Comuni Garfagnana, Mario Lena, Alma Castelvecchi, Duse Lemetti e Cesare Da Prato, moderati da Loretta Mazzanti, Assessore alla cultura del Comune di Gallicano con lettura di alcune poesie a cura di Loris Martiri della Compagnia Teatrale LA RIBALTA di Gallicano.

Silvano Valiensi nasce a Vergemoli (Lu) nel 1923. Studia al collegio “Cavanis” di Capezzano Pianore conseguendo la maturità classica e anche l’abilitazione magistrale. Si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, ma allo scoppio della guerra lascia gli studi. Partigiano del Gruppo Valanga, partecipa alle fasi più tragiche della lotta di liberazione. Sposato, con due figli, dopo la fine della guerra iniziò la sua carriera di insegnante che è durata fino al 1978. Muore nel 2008.

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domenica 29 agosto 2010

La strage del Gruppo Valanga 66 anni dopo

Era il 29 agosto del 1944: 19 giovani partigiani del Gruppo Valanga venivano uccisi dalle forze tedesche in uno scontro impari avvenuto sul monte Rovaio. L'unico superstite, Elio Bortolotti, premiato dai Comuni di Molazzana e Gallicano.

66 anni dopo, l'anniversario e' stato ricordato con una giornata cominciata al cimitero di Gallicano con la deposizione di una corona d'alloro alla lapide del comandante Leandro Puccetti. Poi sul monte Rovaio, alle foci del Piglionico di Molazzana, in quel luogo dove sorge una cappellina che ricorda quei giovani morti per difendere la comunita' dell'Alpe di S. Antonio. Tantissime le persone presenti, fra le quali Elio Bortolotti, 84 anni, unico superstite della strage, che molto commosso ha ricevuto una pergamena dai Comuni di Molazzana e Gallicano. Grande emozione quando il gruppo Cantorum di Bolognana ha eseguito per la prima volta l'inno del Gruppo Valanga. Numerose le autorita': sindaci, presidenti delle Comunita' Montane, il presidente della Provincia Stefano Baccelli, il senatore Andrea Marcucci e il deputato Raffaella Mariani, i labari dei comuni dell'Emilia e della Valle del Serchio con quello di Castelnuovo su cui campeggia la medaglia d'oro al valore militare ai 16 Comuni della Garfagnana. Nel suo intervento il presidente dell'Istituto storico della Resistenza, Berto Corbellini Andreotti, ha ricordato il sacrificio per la liberta' compiuto dai giovani del Gruppo Valanga. Un messaggio che dopo 66 anni rimane sempre attuale.

Fonte: Noi Tv

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