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giovedì 22 agosto 2019

Domenico Bertini da Gallicano al Volto Santo di Lucca



Domenico Bertini da Gallicano fu protagonista, a Roma come a Lucca, della storia italiana del ‘400. Come uomo pubblico fu figura eminente, fra politica e relazioni apostoliche, per la Repubblica di Lucca, diplomatico in Italia ed Europa, scrittore e segretario in Vaticano, legato a Papa Niccolò V e ad altri Papi e Cardinali, Conte Palatino dell’Impero e del Sacro Palazzo Lateranense.

Come mecenate fu secondo solo ai Medici e raggiunse l’apice nella relazione con Matteo Civitali, cui fece realizzare, fra molto altro e a sue spese, il Tempietto del Volto Santo che si ammira in San Martino a Lucca.

Domenico Bertini, facoltoso uomo della Gallicano lucchese, dove riedificò la Pieve di San Giovanni Battista, passa alla storia per avere dato, forse più di tutti, impulso al culto del Volto Santo. Il volto del Bertini e il “gallo”, simbolo della sua famiglia e di Gallicano, è sul Tempietto in San Martino, a testimoniare il legame strettissimo fra Lucca, Gallicano e il Volto Santo.

Un legame, splendidamente rappresentato negli Statuti del 1450, che dimostra la “lucchesità” storica di Gallicano e che ne fa il centro più importante della Via del Volto Santo.

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giovedì 23 maggio 2019

Garfagnana, terra di Cammini


Accanto alle classiche “uscite” in montagna e alle escursioni in natura alla scoperta di flora e fauna, negli ultimi anni si è andato affermando il fenomeno dei “cammini”: lunghi viaggi a piedi su itinerari culturali, in cui la sera si fa tappa presso strutture ricettive (ostelli, B&B, piccoli alberghi etc.) per ripartire il giorno dopo e percorrere un’ulteriore tappa di 15-25 km circa.

Nate inizialmente come pellegrinaggi religiosi, con lo spirito di ripercorrere gli itinerari devozionali medievali, oggigiorno esperienze come il Cammino di Santiago de Compostela o la Via Francigena non sono più patrimonio esclusivo dei fedeli, ma si sono evoluti in una forma di turismo lento e responsabile sulle direttrici che hanno costituito le arterie di comunicazione per tutto il Medioevo e le prime fasi dell’età moderna, contribuendo a creare la fisionomia paesaggistica e culturale dell’Europa.

Il “Camino de Santiago” resta un vero e proprio fenomeno: sulle sue diverse varianti, lungo percorsi che attraversano Francia, Spagna e Portogallo, attualmente la città galiziana di Santiago de Compostela attira circa 325 mila camminatori all’anno provenienti da tutto il mondo. Ma, accanto a questa “classica”, in tutta Europa si vanno sviluppando numerosi altri itinerari — alcuni con una forte componente storica, altri a prevalente sfondo devozionale — che stanno gradualmente guadagnando attenzione, pur con numeri più bassi, che però sono in forte e costante crescita, anno dopo anno.

Alla base del successo di questi “cammini” stanno numerosi elementi: il fascino di ripercorrere itinerari ricchi di passato e tradizione; la possibilità di attraversare paesaggi agro-silvo-pastorali spesso molto suggestivi; l’idea di viaggiare lentamente e senza fretta con ritmi diversi e più naturali rispetto alla frenesia della vita contemporanea; l’incontro con borghi antichi dove è possibile mangiare e pernottare; senza dimenticare l’interesse enogastronomico per i prodotti locali e la “facilità” tecnica dei percorsi che, a parte alcuni tratti montani, si svolgono in genere in zone relativamente antropizzate e risultano ben segnalati, non presentando problemi per l’orientamento anche dei camminatori meno esperti.

La Toscana è una terra di cammini. Lo è, anzitutto, per vocazione storica: una delle tre mete di pellegrinaggio medievale — accanto alla già citata Santiago sulla costa atlantica della Spagna e alla lontana Gerusalemme — era infatti proprio Roma. E per coloro che dall’Europa nordoccidentale — in particolare dalle attuali Gran Bretagna e Francia — dovevano recarsi a Roma… la Toscana era un passaggio obbligato.



In Garfagnana ed in particolar modo nel nostro comune passano diversi “cammini”:
il Cammino Italiano de Santiago de Compostela, le Chemin d’Assise e la Via del Volto Santo.
Il primo va da Pistoia, capitale italiana del culto jacopeo, a Genova e prosegue fino ad Arles dove continua, per la Via Tolosana, il Cammino franco-spagnolo di Santiago de Compostela. Da Pistoia, Pescia, sale alle Pizzorne, Corsagna, Ponte del Diavolo, la Cune, Motrone, Vallico Sotto, Gallicano, Castelnuovo, Camporgiano, Piazza al Serchio, Tea, Codiponte, Fosdinovo, Sarzana, Cinque Terre, Genova.
La meta di questo cammino è appunto il santuario di Santiago di Compostela, presso cui ci sarebbe la tomba dell'Apostolo Giacomo il Maggiore.

Le Chemin d’Assise va da Vezelay (piccolo comune francese della Borgogna dove si è insediata la prima comunità francescana) ad Assisi.
Nell’area garfagnina si sviluppa lungo le Apuane, da Equi Terme a Isola Santa, Vergemoli, Trassilico, per giungere a Borgo a Mozzano e proseguire per la Val di Nievole fino ad Assisi.
Il cammino è segnalato con degli adesivi arancioni con un Tau ed una colomba che indica la direzione posizionati sui pali dei cartelli stradali, sui guard rail e in prossimità degli incroci.

La Via del Volto Santo, conosciuta anche come Via Francigena di Montagna, è una storica via che da Pontremoli, passando dalla Lunigiana e dalla Garfagnana, permette di raggiungere Lucca, importantissima meta del pellegrinaggio medievale per la devozione al Volto Santo, il crocifisso ligneo che la leggenda definisce un’immagine acheropita, esposto nella cattedrale di San Martino a Lucca.
Il Tempietto che custodisce il crocifisso detto Volto Santo di Lucca fu eretto nel 1484 da Matteo Civitali grazie al mecenate Domenico Bertini, nato a Gallicano nel 1417, il cui stemma – un gallo che becca da una spiga – compare sulla facciata esterna della costruzione.
La tradizionale Via del Volto Santo diventa anche Trail Unsupported Bike Adventure, con un evento ciclistico, organizzato dalla Garfagnana EPIC ASD, che si terrà il prossimo 28 settembre.

Tutte le info su www.voltosantotrail.com


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giovedì 9 febbraio 2017

Il vecchio cimitero di Gallicano del'ottocento

Mi è piaciuto un sacco l'articolo uscito a dicembre su L'Aringo scritto da Silvia Lucchesi, intitolato "Una chiacchierata con Don Fiorenzo", sul vecchio cimitero di Gallicano. Consiglio a tutti, soprattutto a quelli di Gallicano, di leggerlo.


Il primo novembre, dopo la messa celebrata in San Jacopo, il nostro Parroco, Don Fiorenzo Toti, ha accompagnato i fedeli nell’antistante cimitero monumentale per la benedizione delle tombe, in vista della giornata dedicata ai morti. il Sacerdote, prima del rito, ha raccontato brevemente la storia del vecchio Campo Santo, ed ha concluso dicendo: “e poi ce ne sarebbero di cose da dire..”.
Al termine della cerimonia ho passeggiato tra le vecchie lapidi ed è stato come leggere una nostrana antologia di Spoon River. Infatti le iscrizioni funebri dell’ottocento, a differenza di quelle moderne, riportano molte informazioni sulla vita e la morte delle persone sepolte, così ho scoperto di un Avvocato Ludovico Pinocci e di un certo Pietro Gasparri che lasciò cospicue somme a quaranta famiglie bisognose e donò molti beni alla Misericordia che ne fece un’asta.
É stato come viaggiare indietro nel tempo in un posto ben tenuto. Mi è stato riferito che Sauro Simonini, nel suo tempo libero, lavora alacremente per restaurare le vecchie lapidi e per ricostruire gli alberi genealogici di Gallicano. Alla fine della mia visita, le parole di Don Fiorenzo: ”ce ne sarebbero di cose da dire”, mi continuavano a girare nella testa. Quindi, qualche giorno dopo, ho chiamato in canonica, ho spiegato al parroco le mie curiosità ed egli è stato molto disponibile e mi ha ricevuto, nonostante i numerosi impegni, nella pausa pranzo. Non so cosa mi aspettassi dall’incontro ma è andato al di là delle mie più rosee aspettative. Non sapevo bene da che parte iniziare perché la mia conoscenza dell’argomento era prossima allo zero, ma non c‘è stato bisogno di fare domande.
Don Fiorenzo ha iniziato a parlare a ruota libera di usanze e tempi che furono e mi ha catapultato in un epoca lontana. Proverò a riassumere al meglio quello che ho appreso.


 
Il cimitero Monumentale fu edificato a seguito del famoso “Editto di Saint Cloud” del 1804, promulgato da Napoleone Bonaparte e recepito anche in Italia.
Questa legge, tra le altre cose, imponeva di spostare le sepolture al di fuori del perimetro urbano, e, di conseguenza dalle Chiese. La motivazione era di tipo igenico-sanitaria. Così anche Gallicano non poté che obbedire al famoso Generale Francese e spostò le sue sepolture nel terreno che si trovava vicino alla Chiesa.
L’appezzamento in questione era già da anni della parrocchia, in realtà pare fosse stato donato dalla vicaria già nel 1588, ma fino agli inizi dell’800 utilizzato principalmente, per scopi agricoli.
Ho trovato documenti che fanno risalire la richiesta di costruzione di un cimitero su quel terreno già nel 1662, ma dai registri parrocchiali si evince che il primo morto vi fu tumulato solo nel 1807.
Il registro dei morti, al pari delle lapidi è prodigo di notizie e vi si evince che il primo defunto tumulato nel cimitero monumentale fu uno sfortunato giovane Gaetano Franchi, di anni 15, morto annegato nella Turrite e seppellito il primo agosto del 1807.
Prima che i morti venissero tumulati nel camposanto, le sepolture erano di tre tipi:
la prima riguardava i non cristiani che venivano tumulati al di fuori del perimetro sacro nei prati e nei boschi dietro la Chiesa.
I cristiani non gallicanesi, venivano tumulati nell’Aringo, terreno sacro antistante al Duomo.
I cristiani gallicanesi venivano calati in depositi sottostanti alla Chiesa di San Jacopo.
Ai depositi si accedeva tramite botole posizionate sul pavimento e adesso non più visibili dopo il rifacimento in marmo.
Da un retaggio dell’alto medio evo, si credeva che la Chiesa, come costruzione, fosse idealmente divisa in tre strati, il piano inferiore dedicato ai defunti (infatti è lì che si trovano le cripte) il piano di mezzo alle anime dei vivi e il livello superiore ai Santi.
I gallicanesi morti, quindi venivano calati nei depositi e ce ne erano diversi. Dal registro dei morti si scopre che le famiglie più importanti di Gallicano, Moni, Cheli ecc.. avevano un loro deposito, una sorta di cripta privata, vi erano poi depositi per i sacerdoti e depositi per i “gli angeli” ovvero i bambini morti e poi depositi “comuni” per tutti gli altri.
Don Fiorenzo mi ha poi fatto notare come ai lati della Chiesa, ancora oggi, nel muro, sono visibili punti in cui la si nota una chiusura recente. Probabilmente, si trattava di fori come sfiatatoi, che servivano per arieggiare l’ambiente della cripta che veniva disinfettato via via, credo con calce o similari. Mi ha raccontato il nostro Sacerdote, che nel libro dei morti è riportata anche la dipartita di una signora che, in vita, faceva la prostituta, ed essendo gallicanese avrebbe dovuto essere tumulata nei depositi della chiesa. Invece, fu sepolta nell’aringo, sotto la gronda in modo che l’acqua piovana potesse purificarne le membra.
Il riposo eterno nella cripta della Chiesa era un epilogo ambito dai gallicanesi e Don Fiorenzo, nei suoi studi, ha scoperto che anche il padre del nostro illustre concittadino Domenico Bertini, nel proprio testamento chiese di essere tumulato nella Chiesa di San Jacopo.
Dalla lettura dei registri conservati in canonica, si comprende anche che nei secoli passati, i sacerdoti di Gallicano erano due, un Rettore ed un Pievano. Mentre il primo poteva essere un forestiero e abitava la canonica, il secondo, per una convenzione con la Curia Arcivescovile di Lucca era sempre di Gallicano e, quindi continuava ad abitare nella sua casa natale.
Il Rettore aveva la cura delle anime dei parrocchiani, mentre il Pievano, oltre ad un compito di coordinamento tra i vari parroci delle frazioni, aveva l’onere e l’onore di accogliere tutte le nuove anime ovvero era colui che battezzava. Inizialmente il fonte battesimale si trovava sopra la loc. Guerri, poi dentro il Castello, nella Chiesa di San Giovanni. Oggi la carica è unificata e prima di Don Fiorenzo Toti, hanno ricoperto la doppia funzione di Rettore e Pievano, Massimo Nobili fino al 1947 e poi Don Togneri che vinse un apposito concorso e si insediò l’11.01.1948. Tornando al cimitero Monumentale che ha iniziato a funzionare nel 1807, ha cessato la sua attività nel 1929, quando fu inaugurato il cimitero attuale.
Lo storico camposanto conserva ancora manufatti di grande pregio, molti di ferro battuto data la presenza a Gallicano di una famosa ditta che lavorava proprio quel materiale. Mi ha incuriosito e mi ripropongo di approfondire, la controtendenza di Gallicano, rispetto alla maggior parte d’Europa. Infatti, l’editto di Saint Cloud, oltre ad imporre che i morti venissero seppelliti fuori dalle mura, vietava che le tombe riportassero lunghe iscrizioni, affinchè veramente la morte rendesse tutti uguali. Invece, da noi, si è passati da sepolture tutto sommato semplici, come quelle nei depositi, alla costruzione di un cimitero monumentale ricco di opere d’arte e di particolari iscrizioni funebri.
Io non sono nata a e cresciuta a Gallicano e ci abito da poco tempo, ma la mia famiglia è di questo paese, i miei avi hanno riposato e riposano ancora nelle vecchie tombe e dopo la chiacchierata con Don Fiorenzo, che non finirò mai di ringraziare per la disponibilità e la gentilezza dimostratami, rientrando in Chiesa per la messa domenicale ho percepito un’atmosfera diversa.
Oltre alla maestosità del nostro Duomo e all’ovvio significato religioso, ho sentito la presenza della nostra storia e del nostro passato. In san Jacopo ci sono le nostre fondamenta, per questo invito chi mi legge per adoperarsi affinchè i nostri monumenti vengano riportati alla luce e i giovani possano conoscere la storia del loro paese.
 
L'Aringo - Il Giornale di Gallicano n. 8 dicembre 2016 - Silvia Lucchesi

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venerdì 13 gennaio 2017

La Pieve di S. Giovanni Battista di Gallicano

La Pieve di S. Giovanni Battista di Salvatore Andreucci

Ut vivam vera vita
Sacellum Divo Iohanni Baptistae
Dicatum Innocenti VIII
Pontificis Maximi Iussi ex Plebis
Vetustae Ruinis Edificari
Curavit Dominicus Brtinus
De Gallicano Lucensis Apostolicus
Secretarius Salutis Anno
MCCCCLXXXVI

Questa l'epigrafe che leggiamo sopra la porta principale della Pieve di Gallicano.


Fu dunque ancora il Bertini a far costruire con il proprio denaro una nuova chiesa, la Pieve di S. Giovanni battista, che sorse sopra un antico oratorio dietro la sua casa natale nei pressi del vetusto palazzo del comune, dove ha inizio la ripida via che porta alla cima della rocca dominata dalla mole imponente della chiesa parrochiale di S. Jacopo, le cui strutture architettoniche costituiscono nella media valle del Serchio uno degli esempi più puri e più conservati dell'arte romanica.
"Ex plebis vetustae ruinis edificati iussit...".
La decisione di usare per la nuova costruzione parte delle pietre, del legno, del ferro dell'antica chiesa plebana ormai abbandonata ed in completa rovina non fu certo dettata da ragioni di carattere economico. nei desideri del Bertini la ricostruita pieve di San Giovanni aveva un compito ideale ben definito: continuando nella comunità di Gallicano la funzione della vecchia pieve di S. Cassiano costruita alle falde del Palodina dai suoi antichi padri in un'epoca molto remota, rinnovava con il tempo, in cui il Cristianesimo aveva mosso i primi passi nella valle del Serchio e via via si era diffuso, quei vincoli che eventi bellici e l'usura implacabile del tempo fatalmente avevano infranto.
Per rimuovere il materiale della antica pieve e trasferirlo all'interno del castello senza cascare in alcuna ecclesiastica censura era necessario il permesso del Santo Padre. Innocenzo VIII, sollecitato senz'altro dal Bertini, di cui, come già cedemmo era segretario, con bolla datata 26 novembre 1485 così si rivolgeva agli abitanti del castello di Gallicano:
"Innocentio Papa Ottavo a diletti figliuoli, università et huomini del Castello di Gallicano, diocesi di Lucca. Diletti figlioli salute et apostolica benedittione. Avete fatto a noi di nuovo raccontare che se a voi fusse concesso licentia di disfare e guastare la Parrocchiale Chiesa Pieve chiamata di S. Giovanni Battista, la quale è deserta e così minaccia che non si spesa potervi riparare et è fuori delle mura del vostro castello in luogo slavatuco e boschivo, e di rifare et edificare un'altra chiesa in luogo che stia bene del medesimo castello sotto il nome e titolo che di sopra è detto. Certamente alle comodità vostre et alla cura dell'anome et accrescimento del divino culto pur assai si provederebbe. La qual cosa a noi bumilmente avete fatto supplicare che sopra di ciò a voi della benignità apostolica ci degnassimo essere favorevoli. Noi inclinati in questa parte dalle vostre supplicationi vi concediamo licenza e facoltà che possiate disfare et a terra pareggiare la detta parochial chiesa, et ogni materia di legno, di ferro, di sassi, di lì cavarsi possiate trasportare nella fabbrica della rocca del castello predetto e liberamente lì convertirla senza cascare in alcuna ecclesiastica censura e che niente di manco siate tenuti e deviate di nuovo edificare un'altra chiesa del medesimo nome e titolo nel dello castello in luogo che stia bene. a voi per tenore della presente e per autorità apostolica concediamo licentia parimente e facultà nonostante ciaschedune costituzioni et ordinationi apostoliche e sinodiali e statuti municipali ancora con giuramento roborati di confermatione apostolica o d'altra fermezza e tutte l'altre cose che facessero in contrario. Data a Roma, presso S. Pietro sotto l'anello del Pescatore a dì 26 novembre 1495, nell'anno secondo del nostro pontificato"
Dell'antica pieve di Gallicano conosciuta dapprima con il titolo di S. Cassiano, poi nel sec. X anche di S. Giovanni Battista, non esistono documenti autentici che ne accennino l'anno di fondazione; così, mandando elementi precisi sulle sue origini, sulla data della sua erezione, sul nome di chi ne pose le prime pietre contenuti in carte scritte nell'alto Medio evo, non ci rimane che rivolgere l'attenzione ad alcuni codici dell'Archivio della chiesa parrocchiale di S. Jacopo, dove si accenna all'origine della pieve e alle cause della sua distruzione, anche se le notizie riferite, scientificamente poco valide, perché prive della necessaria documentazione, risultano spesso avvolte in un alone di leggenda, frutto della fantasia di chi le scrisse, desiderosa di giungere alla scoperta di una verità ormai sepolta nel buio degli anni.
In un codice in cui sono raccolti fascicoli del XVI, XVII e XVIII sec. leggiamo in seconda pagina "la pieve di S. Giovanni Battista di Gallicano è antichissima e come apparisce da un libbro antico posto nell'Archivio episcopale di Lucca intitolato il "Diario Romano" fu fondata il 528 dalla contessa Adriana fuori del castello un quarto di miglio. Di poi fu rovinata da Attila, re degli Unni e vi si vedono nettamente le vestigia e il campanile detto anche oggi comunemente della Pieve". Sulla scorta di queste notizie, anche se si volesse accettare il VI sec. come periodo in cui la pieve fu fondata, riuscirebbe assai difficile poter dare un volto a questa misteriosa contessa fondatrice del S. Cassiano soprattutto perché nessuna delle pievi della diocesi di Lucca risulta fondata da singoli privati, cosa che invece è spesso comune per altre chiese senza titolo plebanale. Riuscirebbe poi addirittura impossibile attribuire ad Attila, che mai si avventurò in imprese belliche a sud del Po, la distribuzione della Pieve di Gallicano, essendo il re degli Unni vissuto nel V secolo.

La Pieve, e qui potremmo essere più vicini alla verità, deve aver subito danni notevoli, non certamente la distribuzione, nel corso della guerra gotico-biazantina, quando il re ostrogoto Totila, nel tentativo di opporsi alla vittoriosa avanzata di Narsete, organizzò il suo esercito proprio sui rilievi appenninici dell'Italia centrale, e così anche la valla del Serchio divenne uno dei capisaldi della sua disperata e sfortunata difesa prima della battaglia di Tagina (552), in cui cadde eroicamente combattendo.

In un altro codice del sec. XVII in maniera più concisa e meno fantastica così leggiamo: "La chiesa Pieve di S. Giovanni Battista di Gallicano per essere antichissima non vi è documento che ne accenni la fondazione. Era nè primi tempi un quarto di miglio fuori della terra e restò distrutta allorché i Goti invasero l'Italia, rimanendovi anche a giorni nostri il campanile e parte di muraglia della chiesa"

Anche in questo caso, come è facile accorgersi, ogni notizia è vaga ed incerta; perciò, in mancanza di documenti più antichi relativi alla origine di questa pieve, non ci resta che affidarci al buon senso per cercare di risolvere approfittando dei contributi di altri studiosi e delle poche notizie scientificamente valide in nostro possesso l'affascinante ed arduo problema.
Le Pievi più antiche, e la nostra è certamente una di esse, sorsero alcune nella seconda metà del IV secolo, la maggior parte nel corso del V e tale evento va posto in relazione alla grande diffusione del Cristianesimo nella campagna avvenuta appunto in tale periodo e al bisogno dei fedeli sparsi qua e là in centri abitati più o meno consistenti di raccogliersi entro le pareti di un edificio per pregare.
La pieve dunque, cominciando dapprima dalle zone più lontane dalle città, nasce come frazione della diocesi con fini puramente amministrativi e si sostituisce al pagus, che in epoca romana rappresentò appunto l'unità amministrativa del territorio rurale dipendente dalla città. Il pagus a sua volta era suddiviso in numerosi vici e in uno di questi villaggi, quasi sempre in quello che si trovava al centro del territorio o per la sua natura era più facilmente raggiungibile dagli abitanti dei vici circostanti, fu edificata la chiesa chiamata anch'essa pieve, nome felicemente desunto dal contenuto, cioè dal popolo dalla plebe che si adunava dentro le sue mura.
Così Gallicano, uno dei vici più notevoli della media valle del Serchio, sorto certamente, come il nome stesso lo conferma, in epoca romana su una delle strade più importanti della regione lucchese, la via Clodia, che collegava Lucca con Parma risalendo il corso del fiume lungo la sponda destra, fu scelto come centro religioso di tutto quel territorio giacente all'ombra della Pania Secca. Proprio lì, alle falde del Palodina, fu costruita la chiesa battesimale, che gli abitanti della zona, forse nel v secolo, dedicarono a S. Cassiano. sorse in una località quasi selvaggia, in mezzo ai densi boschi di castagni che ricoprivano le pendici del monte, quasi alla maniera dei sacrali degli antichi rudi Liguri "adsueti mali", un tempo fieri abitatori di quelle contrade. Vi conduceva una strada detta appunto in seguito della "pieve vecchia", come leggiamo nel "Regestum Gallicanense" del Puccetti.
La notizia storica più antica relativa alla Pieve di Gallicano si trova in un documento dell'Archivio Arcivescovile di Lucca datato 30 giugno 997. Si tratta di un atto con cui il vescovo di Lucca Gherardo II concede a livello a Sisemondo del fu Sisemondo la metà della pieve di S. Cassiano e S. Giovanni posta in Gallicano con tutte le decime ed altri beni immobili, consistenti in case, terreni, oliveti, boschi di castagni e di querce. E' questo un documento di fondamentale importanza non solo perché rappresenta la prima vera testimonianza di una chiesa plebana in Gallicano, ma anche ci permette di conoscere con esattezza entro quali confini si estendeva, al tramonto del X secolo, il territorio soggetto alla sua giurisdizione; vi sono infatti ricordate tutte le "ecclesie", cioè le varie comunità dipendenti spiritualmente dalla pieve di Gallicano, che nell'ordine risultano le seguenti: Virgemuloi, Marciana, Burciano, Mulatiano, Cassio, Vitiano, Planitie, Elio, galicano, Guerfine, Bulignano, Grimiano, Cardoso, Buslagno, Sartuiano, Casa veccla, Cerrito, Valivo, Alio Valivo, Traserica, Liverni, Splulitiano. Rispetto alla Pieve tutte queste comunità erano situate parte a ponente sulla sommità o alle pendici dei rilievi dominati dall'alta vetta della Pania Secca, parte a mezzogiorno o a settentrione lungo la sponda destra del Serchio. Le terre al di là del fiume sulla riva sinistra appartenevano al piviere di S. Maria di Loppia, costituitosi anch'esso in tempi molto antichi.
In un altro documento dello stesso archivio la pieve di Gallicano nel secolo XI risulta ancora fiorente e ben lontana dalla decadenza e dall'abbandono riservatogli dalla sorte in un futuro che l'assoluta mancanza di notizie ci impedisce di stabilire anche approssimativamente, allorché "resa inabitabile, il Piovano portò la sua residenza nella chiesa di Sa. Jacopo dentro le mura del castello con il medesimo titolo di pievano e parroco, essendo allora quello che oggi si chiama rettore di S. Jacopo semplicemente cappellano di detta chiesa e si eleggeva in aiuto del piovano dalla comunità come chiaramente si vede da più libbri della medesima...".
Così la chiesa di S. Jacopo, nata senz'altro come chiesa castellana forse anche prima del 1000, in un tempo che purtroppo sfugge ad ogni indagine si sostituì alla Pieve stessa, priva per le ragioni già dette della possibilità di svolgere la sua funzione, e ne ereditò tutti i diritti. Il pievano vi aveva ancora la sua dimora, allorché Domenico Bertini ricostruiva nel 1486 per la sua gente un nuovo S. Giovanni dentro le mura del castello, fra le case abbarbicate alla dura roccia della collina posta dalla natura quasi a guardia dell'estrema valle della turrite e Petrosciana, le cui limpide e fresche acque scorrono in mezzo ai verdi rilievi degradanti delle Apuane eternamente bianche fino al mitico antico fiume Serchio.

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