martedì 22 aprile 2014

Il nostro tesoro nascosto: “il muro del Carlo”

Il nostro tesoro nascosto: “il muro del Carlo” – di Simona Comparini



Vorrei chiedervi uno sforzo di fantasia.
Immaginatevi un uomo che porta un sasso. Immaginate ancora quell’uomo che porta un altro sasso e lo deposita accanto al primo. Adesso immaginate il passare dei giorni, uno dietro l’altro: quell’uomo continua a portare sassi. Immaginate un arco di tempo piuttosto indefinito, quello che meglio si adatta alla vostra fantasia: pensate a giorni, mesi, anni… guardate quell’uomo che continua a trasportare sassi incastrandoli uno nell’altro, uno sull’altro, uno accanto all’altro.
Chiedetevi: perché fa questo? Vi suggerisco io: perché è preoccupato di evidenziare esattamente il confine della sua proprietà, la convivenza con il limitrofo sta diventando insostenibile. Adesso torniamo con i piedi sulla terra. Guardate la foto: è tanto diverso il muro che vedete da quello che avevate immaginato? La fantasia si sa, è alla base delle leggende e delle dicerie popolari che aiutano a tappare i buchi di quello che non riusciamo a ricostruire della nostra storia passata, ma anche a dare un tocco di colore (perché no?) alle storie di uomini e di luoghi. 
Qualcuno sostiene che è stato un certo “Carlo” a costruirlo, in seguito ad alcune dispute con il fratello o il confinante a proposito dei possedimenti; ma anche riguardo a queste informazioni non abbiamo nessuna certezza. Si dice che il nostro artista fosse di stazza non indifferente: un uomo robusto e molto alto. 
Secondo un aneddoto raccontato all’Alpe di Sant’Antonio al omento della sua sepoltura la fossa scavata per lui (ironia della sorte in un momento non molto ironico per sé) non era abbastanza grande da poter contenere il suo corpo. E certo la sua prestanza fisica lo deve aver aiutato molto nella realizzazione del suo muro. 
L’opera del nostro geniale Carlo (voglio dare fiducia al nome) si trova oggi in mezzo al bosco di faggi facilmente raggiungibile dal campo di Pianizza (ameno luogo estivo o improvvisato campo da calcio per aspiranti Pelè) seguendo la vecchia strada che porta in Pasquigliora (luogo recentemente legato al nome del professore Maraini), camminando per circa 10 minuti.
Il muro si estende per una lunghezza di poco inferiore ai 200 metri, la sua altezza è di circa un metro e sessanta, con uno spessore di circa ottanta centimetri.



I sassi, tutti murati a secco, sono rimasti pressochè ognuno al suo posto, facendo fronte alle intemperie naturali (che la nostra zona certo non ci risparmi) e magari resistendo anche a qualche possibile attacco vandalico di visitatori poco rispettosi di un così insolito monumento nostrano. Se ne sta lì dal momento della costruzione, data ignota, ma sicuramente assai lontana nel tempo (qualcuno rimanda all’800): 
molte persone anziane del nostro comune potrebbero ricordare di aver sentito parlare di quel certo “muro del Carlo” durante la loro infanzia. Il luogo di provenienza delle pietre è un altro punto interrogativo della nostra storia: dalla Bora della Pania? Buttiamo lì un’ipotesi, nessuna prova sicura.
Ma finiamola con i discorsi impastati di leggende. Perché non visitare e vedere con i propri occhi? 
Essere fieri dei monumenti noti a tutti è un tributo che dobbiamo pagare ai nostri grandi artisti italiani, ma ci spetterebbe anche valorizzare quello che resta nelle retrovie della storia, dove mani di nostri possibili avi hanno plasmato ciò che la natura (e solo quella in questo caso) offriva loro. Stimiamo questo Carlo, grande artista, di cui quel muro è una prova visibile!

(Ringrazio affettuosamente i nonni Remo e Lea per aver effettuato la misurazione del muro).

Simona Comparini - La Pania

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