lunedì 7 novembre 2016

Detrazioni fino all'85% per la messa in sicurezza antisismica


Detrazioni ricche come il sisma-bonus previsto dalla legge di bilancio 2017 non si vedevano da dieci anni, da quando il 55% sul risparmio energetico veniva rimborsato dal fisco in tre rate annuali. Basta questo dettaglio a dimostrare quanto sia forte la volontà del Governo di dare una spinta alla messa in sicurezza preventiva contro i terremoti. Tuttavia, il pacchetto di agevolazioni delineato dal Ddl ora alla Camera non pare in grado di offrire a tutti i proprietari l’aiuto economico necessario a sostenere i lavori di prevenzione.
Lo strumento della detrazione – tra tanti pregi, compreso il contrasto al sommerso – ha due limiti:
il contribuente deve avere (o farsi prestare) il denaro per pagare i lavori, e solo l’anno successivo – quando presenterà la dichiarazione dei redditi – il fisco comincerà a rimborsargli a rate una quota dell’investimento iniziale, sotto forma di sconto dalle imposte;
se l’imposta non è così “capiente” da assorbire la detrazione, parte del bonus andrà perso.
È chiaro che chi ha le risorse iniziali da investire e dichiara un reddito elevato sfrutterà al massimo le detrazioni extra large. Ma bisogna intendersi su “quanto” dev’essere alto il reddito. Ad esempio, chi spenderà 100mila euro nel 2017 per mettere in sicurezza una villetta in zona 2 con passaggio a una classe di rischio sismico inferiore potrà recuperare in cinque anni il 70% dell’investimento: quindi il bonus sarà di 13.440 euro l’anno. Uno sconto per assorbire il quale serve un reddito di almeno 45mila euro – presumendo l’assenza di altre detrazioni – che sale a circa 46mila per dipendenti e pensionati (che hanno detrazioni ad hoc legate al reddito).
In Umbria il reddito complessivo medio dichiarato nel 2015 è stato di 19.160 euro, cui corrisponde un’imposta netta di 4.255 euro. Mentre nelle Marche e in Abruzzo, altre due regioni ad alto rischio e colpite dagli ultimi terremoti, entrambi i valori sono poco più bassi. Anche ipotizzando un investimento iniziale dimezzato a 50mila euro – e anche riducendo la detrazione al 50% se i lavori non migliorano la classe sismica – il bonus varrebbe 5mila euro all’anno. Come dire: per il contribuente medio di queste regioni l’incapienza è dietro l’angolo e la riduzione del recupero da dieci a cinque anni può persino essere controproducente, perché ingrossa la rata.
Per rimediare, il Ddl di bilancio prevede la possibilità di cedere la detrazione, ma solo per i bonus “maggiorati” per lavori su parti comuni condominiali, ed esclude espressamente la cessione a banche e intermediari finanziari. Quindi bisognerà trovare un soggetto capiente disposto a rilevare il credito d’imposta (magari il genitore che paga i lavori per la casa del figlio). Oppure si potrà proporre all’impresa di acquisire il bonus in cambio di uno sconto sulla fattura: è un’ipotesi interessante, anche se molto dipende da come le Entrate attueranno la norma ed è evidente che l’azienda dovrà a sua volta farsi finanziare per coprire il costo dei lavori.
Un’altra soluzione contro l’incapienza – ora non prevista dal Ddl – è lasciare libero il contribuente di scegliere il numero di rate entro un range prefissato. È già successo nel 2008 per l’ecobonus, ma andrebbe valutato il costo per l’Erario e non sarebbe una soluzione per tutti.
Le cose si complicano per i proprietari che non hanno le risorse per sostenere l’investimento. In questi casi serve un finanziamento che riduca o azzeri l’esborso iniziale. Trovare un equilibrio finanziario sostenibile – a tavolino – non sembra impossibile (si veda l’articolo in basso). Ma si tratta di soluzioni la cui praticabilità andrà provata sul campo. Ancora più complessa è infine la situazione in cui il proprietario, oltre a non avere il denaro, è incapiente, perché qui va trovata anche una strada per “monetizzare” il bonus, cedendolo a privati o all’impresa incaricata dei lavori.

Fonte: Il Sole 24 Ore a cura di Dario Aquaro Cristiano Dell’Oste


Interessante anche questo articolo sempre tratto da Il Sole 24 Ore

Se lo sconto fiscale ripaga il prestito

Quando la capienza fiscale è sufficiente ad accogliere la detrazione, ma non si dispone della liquidità per pagare gli interventi, si può valutare un finanziamento. Considerando tuttavia che, oltre alle “normali” condizioni reddituali e di età richieste al contribuente, il mutuo ristrutturazione – a seconda degli istituti – viene di solito erogato fino a una certa percentuale del valore dell’immobile.
Per semplicità, prendiamo l’esempio di un 50enne, dipendente a tempo indeterminato, che intenda finanziare i lavori antisismici su una casa nelle Marche in zona 2: andrebbe sì a pagare le rate del mutuo, ma potrebbe anche scalare dall’Irpef una parte della spesa. Per un conveniente mutuo quinquennale di 50mila euro con tasso fisso a copertura dell’intera spesa edilizia, il contribuente dovrebbe restituire alla banca ogni anno circa 10.300 euro; mentre con la dichiarazione dei redditi successiva ai lavori si vedrebbe restituiti in forma di detrazione 7mila o 8mila euro, a seconda del “salto” di classe di rischio (cui potrebbe aggiungersi la detrazione del 19% sugli interessi se si ristruttura l’immobile da adibire ad abitazione principale). Con finanziamento decennale, la rata scenderebbe a circa 5.400 euro e sarebbe inferiore allo “sconto” fiscale: ma per il primo anno di rimborso alla banca e dal settimo in poi, rata e detrazione non si incrocerebbero.
E nel caso si volesse (e potesse) chiedere 100mila euro? Con mutuo quinquennale si restituirebbero alla banca circa 20.850 euro l’anno, a fronte di un successivo bonus fiscale di 13.440 o 15.360 euro. Mentre se il finanziamento fosse decennale, le rate annue sarebbero pari a quasi 11.150 euro: anche qui, inferiori all’importo della detrazione ma da versare in dieci anni.

Che ne diresti di leggere un altro articolo a caso del blog? Potresti trovarlo utile e interessante!