venerdì 26 ottobre 2012

La Germania parla ancora del disastro Apuano

Dal sito Wild Hearth of Tuscany - da DIFFONDERE

Questa volta è il turno del Sűddeutsche Zeitung uno dei più importanti quotidiani tedeschi a parlare del disastro apuano, dopo il Der Spiegel e la radio nazionale tedesca il caso Apuane esce sempre di più dall'oblio. 
In Toscana sembrano in pochi ad accorgersi della devastazione e così anche a livello nazionale, per fortuna qualcuno in Europa sa ancora apprezzare le italiche bellezze, per non parlare del disastro ambientale che vi è legato, definito il "più grande disastro ambientale d'Europa".

Vi lascio a questa veloce traduzione di A. Benvenuti, dell'articolo del giornalista JULIUS MŰLLER-MEININGEN

Sűddeutsche Zeitung Domenica 29 ago 2012 - traduzione (artigianale) dal tedesco 
(didascalia della foto): Anche con l’aria torbida il marmo fa risplendere di bianco le Alpi Apuane, nel nord ovest della Toscana. Tuttavia ciò che i turisti da lontano ammirano fa preoccupare gli abitanti di Carrara: l’escavazione del marmo distrugge una catena montuosa lunga 53 km.

(titolo): LA FURIA NELLA MONTAGNA

(sottotitolo): Una volta il marmo rappresentava il capitale di Carrara, oggi per molti abitanti della zona è una maledizione. L’escavazione distrugge un massiccio montuoso, inquina le falde idriche e riempie l’aria di polveri fini.


(articolo):
Le vette sembrano coperte di glassa. Oppure pesantemente innevate. Dal mare, circa da Forte dei Marmi, si vede bene fin dentro le Alpi Apuane. Anche le migliaia di turisti che d’agosto sono in vacanza al mare ammirano le bianche montagne. Non è neve che risplende sulle cime ma il famosissimo marmo bianco di Carrara. Michelangelo scelse qui la pietra per la sua Pietà, ammirata ogni anno da milioni di visitatori in San Pietro a Roma. Il Pantheon a Roma è in parte ricoperto di marmi di Carrara, come anche le cattedrali di Siena e Firenze. Monumenti a Londra e Washington sono fatti con lo stesso marmo. Una volta era la grande risorsa della zona, oggigiorno si sostiene sempre di più che il marmo sarà fatale a Carrara.
Elia Pegollo, da quota 1200, osserva la valle di Colonnata, sopra Carrara. Ha una vista mozzafiato sulla costa e sulla città. L’aria è torbida, ma i pendii hanno un tale riverbero che bisogna socchiudere gli occhi per non rimanere abbagliati. Strade zigzagano su per i versanti, o almeno per ciò che ne è rimasto. Quel che dal fondovalle sembrava una meraviglia naturale si rivela un’unica devastazione. L’andamento naturale della montagna è interrotto da grossi squarci. Quasi ovunque i Comuni di Carrara e Massa appaiono come una gigantesca mascella sulla quale s’è scatenato un dentista. I monti sono svuotati, enucleati, asportati.

“La montagna è tagliata come fosse burro” dice Pegollo mentre scuote tristemente la testa. Ambientalista, alpinista e cooperante allo sviluppo, nacque 74 anni fa in questa zona. Suo padre lavorò da capocava per 63 anni. Ma con l’escavazione essenzialmente manuale d’un tempo l’industria contemporanea non ha quasi niente in comune. Pochi uomini governano grossi macchinari che penetrano facilmente nelle preziose vene del marmo lasciando dietro di sé una scia di devastazione. Un tuono rimbomba nella valle, un altro pezzo di montagna frana dal pendio.
Il marmo viene ridotto in polvere per farne dentifricio o pagnotte 100 anni fa l’estrazione annuale si aggirava sulle 120.000 tonnellate. Oggi sono cinque milioni di tonnellate l’anno. “Ci si potrebbe ricoprire una strada da Firenze a Stoccolma con uno strato di due centimetri” dice Pegollo. Dei cinque milioni di tonnellate, un solo milione arriva a destinazione come blocchi. Il resto, quasi l’80 percento del cavato, viene polverizzato. Dagli anni ‘90 l’estrazione si concentra meno sui blocchi, impiegati nell’edilizia o nella scultura. L’affare assai maggiore è trattare gli scarti dell’escavazione. Le scaglie di marmo vengono macinate a polvere fine che è richiesta, in quanto carbonato di calcio, da varie industrie. Il carbonato di calcio non solo è uno sbiancante, s’impiega anche nella produzione di colori e lacche, sostituisce la lignina nella carta, è impiegato come eccipiente nell’industria alimentare e cosmetica. Molte pagnotte contengono carbonato di calcio, come molti dentifrici.
L’impiego del famosissimo marmo di Carrara ha avuto, nel secolo passato, un’evoluzione rimarchevole: nell’antichità era il materiale da costruzione più ambito, nel rinascimento servì agli artisti come materiale grezzo per le grandi sculture. Oggi se ne caricano i tubetti di dentifricio e i panini. E per questo si distrugge una catena montuosa di 53 chilometri. “E’ un disastro”, dice Pegollo. Lui fa parte d’un coordinamento di ambientalisti e di associazioni che si sono aggregate sotto il nome “Salviamo le Apuane”. In tutto più di 5000 persone si sono organizzate in questa rete. Quando un paio d’anni fa gli industriali del marmo di Carrara esposero grandi blocchi di marmo ad una manifestazione a Firenze, gli attivisti protestarono con spazzolini e dentifrici. Insieme lottano contro la rapina del territorio, come Pegollo definisce l’attività estrattiva.
Carrara ha approfittato per anni del commercio della preziosa materia prima. All’incirca nel 1950 il settore lapideo vi impiegava ancora 16.000 lavoratori. Oggi, in una città di 66.000 abitanti, sono meno di 1.000. Della dozzina di famosi laboratori del marmo è rimasta solo una ditta conosciuta a livello interregionale. La disoccupazione nella zona si attesta sull’undici percento, la più alta in Toscana. “Siamo governati da gente che non sostiene gli interessi del popolo ma di quei pochi che praticano la rapina del territorio” sostiene Pegollo. Le concessioni rilasciate dal Comune sono nelle mani d’una dozzina di ditte. Sul mercato globale si confrontano con la crescente concorrenza di Cina, India e Russia. Gruppi come la svizzera Omya comprano enormi masse di scaglie. Il regolare svolgimento dell’estrazione secondo quantitativi regolati per legge viene “rigorosamente controllato” dalle autorità competenti, fa sapere Elisa Giannoni, portavoce di Omya. Il marmo sarebbe “una risorsa molto importante per la collettività”. Gli ambientalisti sostengono il contrario: secondo loro i controlli sono quasi inesistenti, i meccanismi della concorrenza non concedono niente alla popolazione che, anzi, paga un prezzo alto.
“Quì prima muoiono i posti, poi i ricordi”
Nel 1991 dovettero impiegare le autobotti per rifornire d’acqua la gente della zona perché la falda era inquinata dagli olii dei macchinari di cava. Qualche anno dopo il Comune di Carrara pagò la ripulitura dell’alveo del fiume Frigido dalle stratificazioni di polvere di marmo e recentemente 143 milioni di Euro per la superstrada per l’incrementato traffico dei camion. Fino a un paio d’anni fa circa 1.000 camion al giorno percorrevano le strette strade di Carrara, andata e ritorno.
Oltre al danno irreparabile per la natura, anche la salute degli abitanti è minacciata. Il traffico dei camion ha chiaramente incrementato la concentrazione di polveri fini. Il problema non riguarda tanto i gas di scarico, quanto la finissima polvere di marmo che penetra nell’organismo attraverso i polmoni e sulla quale si depositano i cosiddetti Idrocarburi Policiclici Aromatici , sostanze leggermente cancerogene. Ciò è stato accertato da più esperti, tra cui scienziati dell’Università di Genova. Nel 2008 il tribunale di Massa Carrara impose ai Comuni l’adozione di varie misure a difesa della salute pubblica quali una giornata di divieto di circolazione dei camion, l’abbattimento delle polveri fini e la corretta copertura dei camion. Il gruppo Omya si giustifica dichiarando che i propri camion sono sufficientemente coperti. “Il Comune non ha mai adottato queste misure e di fatto non esegue i controlli” dichiara Giuseppe Sansoni dell’associazione ambientalista Legambiente. Nel frattempo il numero dei mezzi che fanno la spola tra le cave in montagna e gli impianti di macinazione in pianura s’è ridotto a circa 600 al giorno. Ma secondo gli ambientalisti il decremento non è riconducibile ad un aumento della sensibilità ambientale, al contrario: mentre prima, all’apertura di nuove cave, si asportavano le terre superficiali, adesso alcuni imprenditori si liberano di questi materiali inutili scaricandoli illegalmente sul pendio. “Di conseguenza, con forti piogge l’acqua non s’infiltra più nei versanti ma scorre liberamente a valle inondando gli alvei dei torrenti”, dice Sansoni.
Elia Pegollo sta sul bordo del bianco paesaggio lunare della valle di Colonnata, davanti ha il triste-bello spettacolo del marmo che rombando cade dai fianchi del monte. “Quì prima muoiono i posti, poi i ricordi”, dice. Nonostante i suoi 74 anni scala ancora spesso le vette della sua infanzia. E sempre più spesso gli capita di cercare posti che non esistono più.

JULIUS MŰLLER-MEININGEN - traduzione artigianale A. Benvenuti

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